La settimana dell'Alieno #150
Rassegna delle notizie economico-finanziarie del 19-24 luglio 2026
Tornano i dazi e iniziano le mie ferie
Questa ultima edizione settimanale - ci rivediamo a settembre - comincia di lunedì, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia un nuovo dazio del 50% su circa 20 miliardi $ di prodotti canadesi, aggiungendo che non è escluso che possano arrivare altri dazi in qualsiasi momento.
I cosiddetti dazi del «Liberation Day» introdotti originariamente da Trump sono stati bocciati dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. L’amministrazione ha quindi rapidamente fatto ricorso a un’altra normativa commerciale, nota come Section 122, che consente al presidente di imporre dazi per un periodo massimo di 150 giorni. Questo periodo di 150 giorni scade oggi.
Così, l’amministrazione Trump ha avviato un’ampia indagine sulle pratiche di “lavoro forzato” in diversi Paesi, concludendo di dover imporre dazi del 10% su 60 Paesi, garantendo una certa continuità. Tra i colpevoli di lavoro forzato: UE, UK, Giappone e Canada.
Petrolio a 100
I prezzi del petrolio hanno nuovamente raggiunto i 100 $ al barile, dopo che i militanti Houthi nello Yemen, sostenuti dall'Iran, hanno colpito due petroliere saudite nel Mar Rosso. Questi attacchi hanno alimentato i timori che gli Houthi possano bloccare lo stretto di Bab al-Mandab, diventato una rotta vitale per il petrolio da quando lo stretto di Hormuz è stato di fatto chiuso. A seguito dell'impennata dei prezzi del petrolio, la vendita massiccia di obbligazioni a livello globale si è intensificata.
I rendimenti dei titoli del Tesoro statunitense, hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi 18 mesi. In Germania, i rendimenti hanno toccato il livello più alto dal 2011. Anche in Francia le obbligazioni hanno raggiunto il livello più alto dal 2009.
Ormai si sono susseguiti diversi cicli in cui gli investitori hanno creduto che una soluzione fosse dietro l’angolo, registrando continue riprese, le aspettative di inflazione sono scese, le azioni sono salite e poi, all’improvviso, sembra che ci ritroviamo di nuovo impantanati nella stessa melma.
Occorreche questo conflitto finisca, e che finisca davvero. Ma, sembra che gli investitori stiano diventando sempre più scettici. Ogni volta che ci viene fatta una nuova promessa di soluzione, e poi non va a buon fine, ogni volta che si parla di “colloqui molto positivi” seguiti da lanci di missili, la Casa Bianca perde un po’ di credibilità agli occhi degli investitori.
Per le banche centrali, le pressioni inflazionistiche potrebbero rivelarsi più durature di quanto avessero inizialmente previsto. Quando abbiamo iniziato a parlare del conflitto, le banche centrali avevano in qualche modo inquadrato la situazione come uno shock inflazionistico temporaneo, interamente attribuibile all’andamento dei prezzi del petrolio, ma non necessariamente come qualcosa che si sarebbe ripercosso sui prezzi in senso più ampio.
Ora questa percezione stia iniziando a cambiare: all’inizio dell’anno gli operatori si aspettavano che la Fed tagliasse i tassi di interesse forse due o tre volte entro la fine dell’anno. Ora il mercato sconta da due a tre aumenti dei tassi nei prossimi 12 mesi. C’è stato un cambiamento radicale nelle previsioni degli investitori sull’andamento dell’inflazione.
Tassi BCE fermi
La BCE lascia invariati i tassi a 2,25%: pur riconoscendo che alcuni membri del Consiglio avevano preso in considerazione un rialzo, la decisione è stata infine unanime, in attesa di valutare le nuove proiezioni che arriveranno prima della riunione di settembre (inflazione, PIL, salari e indici PMI).
La presidente Lagarde ha spiegato che la recrudescenza del conflitto in Medio Oriente e il nuovo rialzo dei prezzi dell’energia rappresentano un rischio inflazionistico, ma la BCE non osserva ancora effetti di “secondo livello”, cioè una trasmissione dello shock energetico a salari e inflazione di fondo. I dati sulle retribuzioni continuano anzi a mostrare un graduale rallentamento.
Tuttavia, tornando più volte sui concetti di effetti primari e secondari di questo nuovo rialzo dei prezzi del petrolio che, nel frattempo raggiunge i 100 dollari al barile, mostra di avere più di una preoccupazione per lo sviluppo degli eventi in Medio Oriente:
“Non diamo alcuna forward guidance, ma una framework guidance: vi vogliamo illustrate come gestiremo la situazione a seconda dei diversi sviluppi della situazione, in termini di durata, profondità e propagazione dello shock in corso. La situazione può rovesciarsi così velocemente che è necessario un approccio flessibile”.
Infine ha escluso un addio anticipato alla BCE, assicurando che resterà in carica fino alla fine del suo mandato, nel 2027.
Raffinerie e riserve
Le raffinerie statunitensi stanno accelerando la produzione di benzina, carburante per aerei e diesel per rifornire sia il mercato interno sia quello internazionale. La domanda di petrolio e carburanti è aumentata bruscamente dopo la nuova escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Iran. Tuttavia, gli Stati Uniti si stanno avvicinando al limite della quantità di greggio che possono ancora prelevare dalle proprie riserve strategiche, creando le condizioni per un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio e dei prodotti raffinati.
Le riserve strategiche americane sono ormai scese a circa 310 milioni di barili. Una volta raggiunta la soglia dei 200 milioni di barili, entreranno nel cosiddetto minimo operativo: oltre quel livello non sarà più possibile effettuare ulteriori prelievi senza rischiare di compromettere l’integrità delle grandi caverne saline in Texas e Louisiana in cui il petrolio è immagazzinato. Le riserve strategiche non sono quindi inesauribili e, una volta esaurita la possibilità di utilizzarle, il mercato petrolifero mondiale subirà un ulteriore irrigidimento dell’offerta.
Se le scorte resteranno su livelli così bassi, gli Stati Uniti perderanno il principale strumento per attenuare gli shock sui prezzi del greggio. Poiché il petrolio rappresenta una delle principali componenti del costo della benzina, già ai massimi storici a causa della guerra, un ulteriore rialzo del greggio si tradurrebbe inevitabilmente in carburanti ancora più cari, alimentando nuove pressioni inflazionistiche sull’economia americana.
Per far fronte alla forte domanda globale di benzina, diesel e carburante per aerei, le raffinerie statunitensi stanno aumentando al massimo la produzione. Secondo la Energy Information Administration (EIA), le raffinerie americane stanno operando al 96% della loro capacità, mentre quelle del Midwest e delle Rocky Mountains sono arrivate al 100% dell'utilizzo per compensare il deficit di offerta. Alcune società hanno persino rinviato gli interventi di manutenzione programmata, aumentando il rischio di guasti. Inoltre, con gli impianti sottoposti a uno sforzo così intenso, un evento naturale come un uragano potrebbe provocare gravi interruzioni della produzione, con ripercussioni immediate sul mercato globale e un forte aumento dei prezzi di benzina, diesel e carburante per aerei.
Nonostante questo sforzo straordinario, la produzione americana non è ancora sufficiente a colmare il deficit di offerta. La ripresa delle ostilità tra Washington e Teheran, dopo il fallimento del cessate il fuoco, ha nuovamente limitato i flussi di petrolio. Allo stesso tempo, gli attacchi con droni ucraini contro le infrastrutture russe hanno ridotto la capacità di raffinazione di Mosca, aumentando ulteriormente la pressione sulle raffinerie statunitensi, la cui azioni stanno registrando performance strabilianti. Sebbene gli Stati Uniti stiano producendo quantità record di carburanti, tali volumi non bastano a compensare né il deficit generato dalle tensioni geopolitiche né quello proveniente dall’Asia, dove molte raffinerie soffrono la carenza di greggio necessario per mantenere la produzione.
Questa newsletter ha due edizioni settimanali (ogni venerdì la Settimana dell’Alieno, e ogni mercoledì quella sulla puntata del podcast Economia per Tutti. Talvolta mi “scappa” una terza edizione sporadica, di approfondimenti specifici. Puoi trovare l’archivio integrale delle newsletter precedenti qui.
Ninja bond
I rendimenti dei titoli di Stato giapponesi sono saliti ai livelli più alti degli ultimi decenni, ma molti investitori continuano a muoversi con cautela: nell’ultimo anno si è verificata una persistente ondata di vendite sui titoli di Stato giapponesi, che ha spinto i rendimenti ai livelli più alti di questo secolo. Il rendimento del titolo decennale è salito oltre il 2,75%, mentre quello del trentennale è prossimo al 4%.
A spingere i rendimenti verso l’alto sono stati l’aumento dei tassi di interesse, i timori per l’inflazione e un consistente pacchetto di spesa pubblica, che stanno inducendo gli investitori a chiedere un rendimento maggiore per prestare denaro al governo sul lungo periodo. Come segnala anche Mario Seminerio l’irripidimento della curva esprime anche il timore che la Banca Centrale giapponese non sia “fully committed” nel contenimento dell’inflazione (a causa della sua indipendenza di nome, ma non di fatto).
Con rendimenti iniziali così elevati, alcuni investitori stanno valutando di aumentare l’esposizione ai titoli di Stato giapponesi o di approfittare dell’aumento dei rendimenti. Tuttavia, molti esitano ancora: c’è una lunga storia di tentativi falliti da parte degli investitori internazionali di scommettere sull’andamento dei titoli giapponesi.
Per anni, qualsiasi tentativo di scommettere su un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi è stato vanificato dai tassi di interesse negativi del Paese e dagli enormi acquisti di obbligazioni da parte della banca centrale, che hanno mantenuto i rendimenti ancorati su livelli molto bassi. Questa strategia è stata definita «widow-maker trade», per le perdite che ha inflitto agli investitori.
Ora si teme che possa verificarsi la situazione opposta: se ci si mette contro l’ondata di vendite sui titoli di Stato giapponesi, scommettendo che i rendimenti scenderanno, si rischia di essere travolti dal sell-off. Le forze che stanno spingendo i rendimenti verso l’alto potrebbero infatti rivelarsi persistenti e lasciare gli investitori con posizioni in perdita.
Per assistere a un rialzo dei prezzi dei titoli di Stato giapponesi, una possibilità è che i fondi pensione e le compagnie di assicurazione sulla vita giapponesi, trovandosi di fronte a rendimenti più elevati sul debito domestico, decidano di riportare in patria una quota maggiore delle ingenti somme che hanno investito all’estero. Questo potrebbe offrire un certo sostegno al mercato.
Un altro fattore potrebbe essere un atteggiamento più deciso della Bank of Japan sul fronte dell’inflazione e una svolta più restrittiva della politica monetaria, in grado di rassicurare gli investitori sulla traiettoria dell’inflazione nel lungo periodo. Gli investitori stanno inoltre guardando alla possibilità che il governo moderi i propri piani di spesa di lungo periodo, riconoscendo l’aumento del costo del finanziamento sul mercato. Se ciò accadesse, i titoli di Stato potrebbero registrare un rialzo, poiché parte dei rischi fiscali verrebbe scontata in misura minore nei prezzi.
La guerra AI
La Cina sta valutando controlli più stringenti sulle esportazioni di tecnologie legate all’intelligenza artificiale e ai semiconduttori, mentre sta guadagnando terreno nella competizione sull’AI con gli Stati Uniti: la scorsa settimana, Moonshot AI ha presentato il suo modello Kimi K3, che, secondo diversi benchmark, risulta più performante rispetto all’ultimo modello di Anthropic.
La leadership di un modello sta diventando una risorsa di breve durata: un modello può sembrare impressionante al momento del lancio, ma dopo alcuni mesi i concorrenti riescono spesso a recuperare gran parte delle sue capacità attraverso l’imitazione dell’architettura, il miglioramento dei dati, l’addestramento, la distillazione e la replica ingegneristica.
Ciò non significa che le capacità del modello non siano importanti. Al contrario. Le capacità del modello sono il biglietto necessario a partecipare alla lotteria AI. Ma un biglietto d’ingresso non è un “fossato”, ovvero quella condizione di vantaggio competitivo che rende inespugnabile la propria posizione dominante. Il fossato si sta spostando verso l’efficienza iterativa.
La catena del valore AI non è semplicemente una dicotomia tra hardware e software, tra chi produce chip e chi produce modelli. Ho identificato 12 diversi snodi, ciascuno con un ruolo specifico nel processo, in questa catena del valore e ho identificato quanto ciascuno snodo abbia impatto sull’efficienza iterativa.
Per ognuno dei 12 snodi ho identificato 3 azioni leader di quello specifico elemento, per poi confrontare gli ETF tematici su AI, identificando chi è esposto su cosa, nell’ambito della catena del valore. Appena completato lo studio, sarà disponibile per gli abbonati premium della newsletter.
Dopo le accuse di Anthropic relative alla distillazione di dati da parte di aziende cinesi, le autorità di regolamentazione di Pechino rispondono con progetti per limitare il trasferimento all’estero dei dati fondamentali utilizzati per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale in Cina (pur con l’intenzione chiara di continuare a consentire ai clienti stranieri di accedere ai propri modelli e servizi) e per impedire ai produttori stranieri di chip di realizzare semiconduttori basati su progetti e architetture sviluppati in Cina.
Il rischio è che controlli più rigidi sulle esportazioni finiscano per rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale nel Paese, anziché proteggerlo.
Guarda che Scienza!
Una start-up statunitense ha ottenuto l’approvazione dell’Unione Europea per commercializzare un occhio bionico in grado di restituire la vista a persone non vedenti. L’impianto, chiamato Prima, rappresenta un importante passo avanti nello sviluppo di tecnologie che mettono in comunicazione il cervello con i computer.
L’occhio bionico sarà prodotto dalla società californiana Science Corp., fondata da uno dei cofondatori di Neuralink, la società specializzata in interfacce cervello-computer creata insieme a Elon Musk.
I primi pazienti potrebbero ricevere l’impianto già nei prossimi mesi. La tecnologia ha il potenziale per aiutare centinaia di migliaia di persone affette dalla specifica patologia degenerativa della retina per cui è stata sviluppata, restituendo almeno in parte la capacità visiva.
Il mistero dell’oro (nero) venezuelano
Dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro a gennaio, l’amministrazione Trump ha apportato numerosi cambiamenti, tra cui la nomina di Delcy Rodríguez alla guida del Paese, la sospensione di alcune sanzioni e, soprattutto, l’assunzione del controllo delle esportazioni petrolifere del Venezuela. Da allora, l’amministrazione Trump ha incassato oltre 13 miliardi $ dalle vendite di petrolio venezuelano. Non è però chiaro dove siano finiti questi soldi.
Dopo l’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, gli Stati Uniti hanno allentato le sanzioni, consentendo al Venezuela di vendere il proprio petrolio apertamente sul mercato. Il denaro derivante da queste vendite, stimato per un valore di almeno 13 miliardi $ dall’inizio di gennaio, doveva transitare attraverso conti del governo statunitense a New York.
Non sappiamo quanto di questi 13 miliardi $ sia effettivamente tornato all’economia venezuelana. Ci sono solo vaghe informazioni fornite da Caracas (un pagamento di 300 milioni $ in marzo) o dal Dipartimento di Stato americano (un trasferimento di 3 miliardi $ in aprile). Al di là di questo, non sappiamo esattamente quanti soldi siano stati restituiti al Venezuela, in quella che sembra essere una relazione neocoloniale: Washington manovra il governo venezuelano senza schierare truppe, ma attraverso il controllo dei ricavi petroliferi del Paese.
Il Venezuela dipende dall’industria petrolifera: tra il 20% e il 25% del PIL deriva dalle esportazioni di petrolio. Gli economisti si aspettavano una forte accelerazione dell’economia venezuelana quest’anno, ora che può vendere il petrolio a prezzo pieno, senza sanzioni. I dati disponibili finora, tuttavia, non sembrano indicare che questo stia accadendo. Questo alimenta il sospetto che la Casa Bianca non abbia restituito al Venezuela l’intero ammontare dei ricavi petroliferi generati quest’anno.
Considerando che il Paese è stato appena colpito da due devastanti terremoti (con oltre 5.000 vittime), il Venezuela deve affrontare una impegnativa ricostruzione: l’ONU ha stimato che il solo ripristino delle infrastrutture potrebbe costare circa 37 miliardi $.
Se i democratici dovessero conquistare il controllo di una delle due camere del Congresso USA con le elezioni di mid-term, è possibile che la questione venezuelana diventi oggetto di citazioni in giudizio, indagini e audizioni parlamentari.
Un buon weekend, che abbiate o meno l’occhio bionico, con l’album “Everyday Robots” di Damon Albarn, ecclettico frontman dei Blur e dei Gorillaz:



