La settimana dell'Alieno #149
Rassegna delle notizie economico-finanziarie del 12-17 luglio 2026
Stretto di Hormuz e mercato del petrolio
Il nuovo deterioramento della situazione nello Stretto di Hormuz riporta al centro dei mercati energetici uno dei timori più grandi: una crisi dell’offerta di petrolio senza più le riserve che, nei mesi scorsi, avevano evitato uno shock globale.
La tregua tra Stati Uniti e Iran è di fatto saltata e il traffico attraverso il passaggio marittimo, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, è tornato a rallentare drasticamente. Nel frattempo Washington ha proseguito i bombardamenti contro obiettivi iraniani e il presidente Donald Trump ha confermato che le operazioni militari continueranno anche nelle prossime settimane.
A rendere la situazione più delicata è il progressivo esaurimento delle scorte di emergenza. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), i Paesi membri hanno già immesso sul mercato quasi tre quarti dei 400 milioni di barili di riserve strategiche annunciati a marzo. In pratica, resta solo qualche settimana prima che questo sostegno venga meno.
È una differenza sostanziale rispetto ai mesi precedenti. Durante la prima chiusura di Hormuz, durata circa quattro mesi, i governi riuscirono ad attenuare l’impatto grazie a un intervento coordinato: massiccio utilizzo delle riserve strategiche in Occidente, riduzione delle importazioni cinesi accompagnata dall’utilizzo delle scorte interne e persino l’ipotesi, ventilata dalla Casa Bianca, di intervenire sui mercati dei future per limitare la speculazione.
Nonostante il calcolo di tutti gli economisti li avesse portati a stimare un livello di arrivo del prezzo del petrolio tra 160 e 170$ al barile, queste misure permisero di contenere il Brent, che raggiunse un massimo di 126 $ al barile nella più grave interruzione dell’offerta della storia. Quel margine di manovra è quasi scomparso. Secondo la società di consulenza Energy Aspects, prima della guerra il mercato disponeva di circa 400 milioni di barili di scorte commerciali in eccesso; ora tali riserve sono praticamente esaurite.
Il risultato è un ritorno della tensione sui prezzi. Dopo essere sceso da circa 100 a poco più di 70 dollari con l’annuncio del cessate il fuoco, il Brent è risalito rapidamente sopra gli 87 dollari, per poi stabilizzarsi intorno a 85 dollari, con un rialzo superiore al 10% nell’ultima settimana.
La pressione riguarda anche i carburanti raffinati. Le forniture di diesel sono già limitate, aggravate dai danni subiti dalle raffinerie russe in seguito agli attacchi dei droni ucraini e dalle distruzioni di impianti nei paesi del Golfo Persico colpiti dagli attacchi iraniani. In Europa i future sul diesel sono saliti del 14% in una sola settimana, mentre la IEA avverte che le scorte potrebbero ridursi ulteriormente durante l’estate, rendendo difficile ricostituirle prima dell’inverno.
Questa è la mia shortlist delle azioni globali di aziende di raffinazione con le performance a 1 mese e da inizio anno:
Alcuni produttori del Golfo hanno trovato rotte alternative. L’Arabia Saudita ha aumentato le esportazioni dai terminal sul Mar Rosso fino a circa 5 milioni di barili al giorno. Tuttavia Paesi come Iraq e Kuwait restano fortemente dipendenti dallo Stretto di Hormuz. Per questo gli operatori ritengono che, senza una nuova iniziativa diplomatica, il mercato abbia ormai perso il principale cuscinetto che finora aveva impedito una crisi energetica ancora più grave.
Inflazione e tassi
L’ultimo dato sull’inflazione negli Stati Uniti ha fornito indicazioni importanti su come la Federal Reserve potrebbe affrontare l’andamento dei prezzi nei prossimi mesi. A giugno l’indice dei prezzi al consumo (CPI) è diminuito dopo diversi mesi di forti rialzi. Il tasso d’inflazione si è attestato al 3,5%, un livello inferiore alle attese del mercato, riducendo la pressione sulla banca centrale affinché proceda con ulteriori rialzi dei tassi d’interesse.
Il rallentamento dell’inflazione è stato più marcato di quanto previsto dagli investitori. Il principale fattore è stato il calo dei prezzi del petrolio e della benzina, che nei mesi precedenti erano aumentati sensibilmente a causa della guerra in Medio Oriente: in giugno è andata crescendo la convinzione che si stesse arrivando ad un cessate il fuoco. Allo stesso tempo è diminuita anche l’inflazione core, che esclude le componenti più volatili come alimentari ed energia, segnalando un raffreddamento delle pressioni inflazionistiche di fondo nell’economia statunitense. Per la politica monetaria questo è un indicatore particolarmente significativo.
Tuttavia, il quadro resta estremamente incerto. I dati pubblicati fotografano infatti la situazione di giugno, quando i prezzi energetici erano in calo. Nel frattempo le tensioni in Medio Oriente sono tornate ad aumentare e questa settimana il petrolio è nuovamente salito. Se questa dinamica dovesse proseguire, i dati relativi a luglio potrebbero registrare una nuova accelerazione dell’inflazione, confermando quanto l’evoluzione dei prezzi resti strettamente legata agli sviluppi geopolitici.
Nello stesso giorno della pubblicazione del CPI, il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha presentato la sua prima relazione al Congresso. Il suo messaggio è stato improntato alla prudenza: un solo dato favorevole non è sufficiente per dichiarare conclusa la battaglia contro l’inflazione. Warsh ha ribadito l’impostazione rigorosa della banca centrale, sottolineando che la Fed è pronta a utilizzare tutti gli strumenti necessari per riportare stabilmente l’inflazione sotto controllo.
«Non voglio interpretare eccessivamente un singolo dato né scegliere soltanto quelli che fanno comodo. Qualcuno potrebbe guardare ai numeri di questa mattina e dire: missione compiuta, va tutto bene. Non è questa la mia opinione»
Il presidente della Fed ha quindi invitato a non attribuire un peso eccessivo a un’unica rilevazione mensile, ribadendo che la banca centrale rimarrà determinata nel contrastare l’inflazione nel corso di quest’anno e oltre.
L’approccio di Warsh sembra puntare anche sulla comunicazione come strumento di politica monetaria. Pur avendo dichiarato fin dal suo insediamento di voler limitare la forward guidance, il presidente della Fed ha voluto trasmettere ai mercati un messaggio inequivocabile: è pronto a mantenere una politica restrittiva anche più a lungo, se necessario. L’obiettivo è influenzare le aspettative degli investitori, che spesso reagiscono non solo alle decisioni effettive della banca centrale, ma anche a ciò che ritengono essa farà in futuro. Se i mercati saranno convinti della determinazione della Fed nel contenere l’inflazione, potrebbe persino ridursi la necessità di intervenire con nuovi rialzi dei tassi nel breve termine.
World Economic Forum
Al WEF è in corso uno scontro interno sulla governance dell’organizzazione. Alcuni membri del consiglio di amministrazione vorrebbero ridurre l’attuale board, composto da 28 persone, sostenendo che un organo così numeroso renda più difficile prendere decisioni rapide ed efficaci.
Tra i principali sostenitori della riforma figurano Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e André Hoffmann, vicepresidente di Roche, che attualmente presiedono congiuntamente il WEF. Secondo questa linea di pensiero, un consiglio più ristretto permetterebbe di concentrare le responsabilità, aumentare l’efficienza, rafforzare la trasparenza e accelerare i processi decisionali.
Sul fronte opposto si collocano invece i sostenitori di Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum e leader dell’organizzazione fino allo scorso anno, quando fu costretto a lasciare l’incarico in seguito a due indagini sul suo operato, dalle quali è stato successivamente scagionato. Schwab continua a difendere l’attuale struttura del consiglio, ritenendo che un organo ampio garantisca pluralità di opinioni e preservi lo spirito originario con cui il Forum era stato creato.
La riforma proposta da Fink e Hoffmann non riguarda soltanto il numero dei consiglieri. I due puntano anche a modificare lo statuto del WEF eliminando una clausola che consente a Schwab di designare un membro della propria famiglia all’interno del consiglio di amministrazione. L’obiettivo è interrompere definitivamente qualsiasi influenza residua del fondatore sulla governance dell’organizzazione.
Lo scontro sulla governance si inserisce in una fase particolarmente delicata per il Forum. L’organizzazione è infatti priva di una leadership stabile: Fink e Hoffmann ricoprono la presidenza ad interim, ma devono ancora essere nominati sia un presidente permanente sia un nuovo amministratore delegato.
La ricerca di un nuovo vertice si è resa necessaria dopo le dimissioni dell’ex amministratore delegato Børge Brende, che ha lasciato l’incarico all’inizio dell’anno in seguito a un’indagine sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein, il finanziere statunitense condannato per reati sessuali. L’episodio ha ulteriormente danneggiato l’immagine del Forum in una fase già caratterizzata da crescenti critiche.
Oltre ai problemi di governance, il World Economic Forum attraversa una più ampia crisi d’identità. Nato come luogo d’incontro delle élite economiche e politiche per promuovere cooperazione internazionale, globalizzazione e libero commercio, oggi si confronta con un contesto profondamente cambiato. L’ascesa dei movimenti populisti, la crescente polarizzazione politica e il ritorno delle logiche nazionali hanno messo in discussione molti dei principi su cui il Forum aveva costruito la propria influenza.
Tra i nomi più autorevoli che potrebbero assumere la guida dell’organizzazione circola quello di Christine Lagarde, attuale presidente della Banca Centrale Europea, il cui mandato dovrebbe concludersi nell’ottobre 2027, anche se non si esclude un’uscita anticipata. Secondo diverse indiscrezioni, Schwab vedrebbe in Lagarde una figura capace di ricomporre le divisioni interne e rilanciare il ruolo del Forum. Al momento, tuttavia, non è chiaro se Lagarde intenda candidarsi né se riuscirebbe a ottenere il consenso necessario. Sia Lagarde sia Schwab hanno rifiutato di commentare.
Al di là dei nomi, la sfida più importante riguarda la credibilità stessa del World Economic Forum. Nato come spazio di confronto sui grandi problemi globali, negli ultimi anni Davos è stato sempre più accusato di rappresentare una ristretta élite distante dalle preoccupazioni dei cittadini. Temi come globalizzazione, cooperazione internazionale e cambiamento climatico, un tempo al centro dell’agenda del Forum, hanno perso centralità nel dibattito pubblico, sostituiti da questioni come sicurezza, sovranità nazionale, immigrazione e competizione geopolitica. La futura leadership dovrà quindi decidere non solo chi guiderà il WEF, ma anche quale ruolo potrà ancora svolgere Davos in un mondo sempre meno globalizzato e sempre più frammentato.
Questa newsletter ha due edizioni settimanali (ogni venerdì la Settimana dell’Alieno, e ogni mercoledì quella sulla puntata del podcast Economia per Tutti. Talvolta mi “scappa” una terza edizione sporadica, di approfondimenti specifici. Puoi trovare l’archivio integrale delle newsletter precedenti qui.
Cambiare la geografia
La nuova impennata del prezzo del petrolio (ritornato sopra gli 80 $ al barile), in conseguenza del riaccendersi degli scontri sullo Stretto di Hormuz, sta creando enormi difficoltà agli Emirati Arabi Uniti. Oggi, infatti, per raggiungere il porto di Jebel Ali, a Dubai, è necessario attraversare Hormuz. Per questo motivo Dubai sta valutando una strategia radicale: aggirare completamente lo stretto costruendo una nuova infrastruttura sulla costa orientale del Paese.
Gli effetti del conflitto tra Stati Uniti e Iran sul traffico marittimo degli Emirati sono stati pesantissimi. Nelle settimane successive allo scoppio della guerra, l’attività di Jebel Ali, principale hub logistico degli Emirati e uno dei più importanti al mondo, è crollata tra il 90% e il 95%. La causa principale è stata la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita la quasi totalità delle merci dirette al porto.
A guidare il progetto è DP World, il colosso logistico controllato da Dubai che negli ultimi vent’anni ha costruito una rete globale di porti e infrastrutture, dall’Africa all’Asia. L’azienda intende sviluppare un nuovo porto nell’emirato di Fujairah, sulla costa orientale degli Emirati Arabi Uniti, ampliando anche l’attuale terminal container già presente.
La scelta di Fujairah non è casuale. Mentre Jebel Ali si affaccia sul Golfo Persico e dipende completamente dallo Stretto di Hormuz, Fujairah si trova direttamente sul Golfo di Oman e permette alle navi di evitare il passaggio più vulnerabile. Durante le prime settimane del conflitto, parte del traffico commerciale è già stata deviata verso i porti della costa orientale, ma questi non dispongono della capacità necessaria per sostituire Jebel Ali. Il progetto di DP World punta quindi a creare una sorta di “piano B”, capace di garantire la continuità dei traffici nel caso in cui la guerra dovesse protrarsi o le tensioni dovessero riaccendersi in futuro.
Si tratta di una scelta di grande rilevanza strategica. L’ascesa economica di Dubai come hub logistico regionale e globale è infatti strettamente legata a Jebel Ali, considerato il gioiello della corona dell’economia dell’emirato. Il complesso comprende non soltanto il porto, ma anche una vasta zona franca, magazzini e un articolato sistema di servizi logistici, elementi difficili da replicare altrove. Proprio per questo, l’ipotesi di trasferire parte della capacità operativa in un altro emirato rappresenta un cambiamento significativo nella strategia economica di Dubai.
DP World non ha confermato ufficialmente i dettagli dei progetti sulla costa orientale, limitandosi ad affermare che sono allo studio iniziative di diversificazione per affrontare le attuali interruzioni dei traffici.
La strategia degli Emirati si inserisce comunque in una tendenza più ampia che coinvolge l’intera regione del Golfo. Diversi Paesi stanno infatti investendo in infrastrutture alternative allo Stretto di Hormuz, come oleodotti che collegano direttamente la costa orientale a quella occidentale, riducendo la dipendenza dal passaggio marittimo. L’Arabia Saudita dispone già di collegamenti di questo tipo, mentre altri Stati stanno valutando soluzioni analoghe. Ancora una volta, tuttavia, Dubai sembra muoversi con maggiore rapidità, cercando di adattare il proprio modello logistico a uno scenario geopolitico sempre più instabile.
L’energia e l’AI
Dopo il boom dei produttori di chip come Nvidia, gli investitori stanno spostando lo sguardo su un altro anello fondamentale della rivoluzione dell’intelligenza artificiale: l’energia. Senza elettricità, infatti, i giganteschi datacenter che alimentano i modelli di IA non possono funzionare.
Nel primo semestre 2026 si sono quotate società energetiche per una raccolta di 12,6 miliardi $ attraverso IPO (erano stati 4,3 miliardi la raccolta nell’intero 2025).
La ragione è semplice: la disponibilità di energia sta diventando uno dei principali colli di bottiglia della corsa globale all’AI. Un singolo datacenter dedicato all’intelligenza artificiale può consumare ogni anno circa 876.000 megawattora di elettricità, l’equivalente del fabbisogno domestico di una città da 2 milioni di abitanti. Negli Stati Uniti la domanda elettrica è attesa crescere del 39% tra il 2026 e il 2035, soprattutto proprio per effetto dei nuovi datacenter.
Per questo gli investitori stanno puntando sulle aziende che costruiscono le infrastrutture indispensabili alla nuova corsa all’oro tecnologica. Si tratta di produttori di trasformatori, reti elettriche, generatori, impianti geotermici e persino piccoli reattori nucleari modulari.
Tra le operazioni più importanti figurano Forgent Power Solutions, che produce apparecchiature elettriche per datacenter, la tedesca Innio, specializzata in motori a gas per alimentare direttamente i centri dati, e Fervo, che sviluppa impianti geotermici di nuova generazione.
Il settore beneficia anche di valutazioni relativamente contenute: le società energetiche trattano mediamente a circa 18 volte gli utili, contro le 40 volte del comparto tecnologico. Nonostante ciò, circa due terzi delle aziende energetiche sbarcate in Borsa negli ultimi due anni quotano oggi sotto il prezzo di collocamento. Molti investitori acquistano le azioni all’IPO per poi rivenderle rapidamente, mentre alcune società raccolgono capitali pur sviluppando tecnologie ancora sperimentali e non dimostrate su scala commerciale.
La sfida sarà quindi distinguere le imprese con attività già redditizie da quelle che, almeno per ora, rappresentano soprattutto una scommessa sul futuro dell’intelligenza artificiale.
La crescita cinese rallenta
La crescita economica della Cina nel secondo trimestre è scesa a uno dei livelli più bassi degli ultimi decenni. A pesare sono stati soprattutto la debolezza della domanda interna e il calo degli investimenti, con un risultato inferiore persino all’obiettivo, già ridimensionato, fissato da Pechino per quest’anno.
Insieme al dato sul Pil la Cina pubblica anche una serie di indicatori mensili, tra cui le vendite al dettaglio e gli investimenti in capitale fisso, considerati un importante termometro dell’attività economica. Proprio questi dati continuano a sollevare dubbi sullo stato di salute dell’economia cinese.
A giugno le vendite al dettaglio sono aumentate appena dell’1% rispetto a un anno prima, dopo essere diminuite a maggio per la prima volta dal 2022. Ancora più preoccupante è il quadro degli investimenti in capitale fisso, in calo ormai da diversi mesi: dall’inizio dell’anno registrano una flessione del 5,7% rispetto allo stesso periodo del 2025, segnalando un evidente indebolimento della propensione a investire.
Gli investimenti erano ripartiti nei primi mesi dell’anno, ma hanno rapidamente invertito la rotta, lasciando emergere possibili pressioni di natura fiscale. Il settore immobiliare continua infatti a rappresentare il principale punto debole dell’economia, dopo la crisi iniziata nel 2021 con il default di Evergrande, il più indebitato sviluppatore immobiliare al mondo.
La novità degli ultimi mesi è però che il rallentamento non riguarda più soltanto il comparto immobiliare: l’intero aggregato degli investimenti in capitale fisso è entrato in territorio negativo. Inoltre, dalla metà dello scorso anno sono emersi segnali di una maggiore prudenza da parte del governo centrale, intenzionato a frenare gli eccessi di investimento e quell’approccio fortemente espansivo che per oltre trent’anni ha sostenuto la crescita cinese attraverso grandi progetti infrastrutturali e industriali.
Questa strategia potrebbe aver creato una tensione tra gli obiettivi di Pechino e gli incentivi delle amministrazioni locali, tradizionalmente orientate a stimolare l’economia attraverso nuovi investimenti. Anche questo elemento potrebbe contribuire alla debolezza registrata dagli investimenti in capitale fisso.
Sul fronte positivo, i dati sul commercio estero hanno mostrato un’accelerazione significativa. A giugno le esportazioni sono aumentate del 27% rispetto all’anno precedente, mentre le importazioni sono cresciute ancora più rapidamente. Il commercio internazionale continua quindi a rappresentare uno dei principali motori dell’attività economica cinese, compensando almeno in parte la debolezza della domanda domestica.
Nel complesso emerge l’impressione che la Cina stia entrando in una nuova fase caratterizzata da tassi di crescita strutturalmente più contenuti rispetto al passato. Le misure adottate finora per rilanciare i consumi non sembrano sufficienti a compensare il profondo rallentamento del settore immobiliare, che per decenni è stato uno dei principali pilastri dello sviluppo del Paese. Per la politica economica, la stabilizzazione del mercato immobiliare resta quindi uno dei nodi decisivi per sostenere la crescita futura.
Riforma bancaria europea
Nel tentativo di ridurre il divario competitivo con Wall Street, l’Unione europea sta valutando un allentamento delle regole patrimoniali per alcune banche del blocco, seguendo una direzione già intrapresa da Stati Uniti e Regno Unito.
La proposta più significativa prevede l’eliminazione di uno dei requisiti patrimoniali discrezionali che le autorità di vigilanza possono imporre agli istituti di credito quando ritengono che le altre misure di salvaguardia non riflettano adeguatamente i rischi assunti dalla banca. Si tratta del cosiddetto Pillar 2 leverage ratio, uno strumento che consente ai supervisori di richiedere capitale aggiuntivo rispetto ai requisiti minimi. I requisiti patrimoniali rappresentano infatti la quota minima di capitale proprio che una banca deve detenere per assorbire eventuali perdite e tutelare i depositanti.
L’abolizione di questo requisito ridurrebbe il capitale che alcune banche sono obbligate a mantenere, liberando potenzialmente miliardi € da destinare all’erogazione di nuovi prestiti. Al tempo stesso, però, limiterebbe uno degli strumenti a disposizione delle autorità di vigilanza per rafforzare la solidità del sistema bancario.
Bruxelles sta inoltre valutando una revisione dell’applicazione degli accordi di Basilea, il complesso di standard internazionali introdotti dopo la crisi finanziaria globale del 2008 per rafforzare la stabilità del settore bancario. L’Unione europea è attualmente l’unica grande giurisdizione ad applicare integralmente tali regole a tutti gli istituti di credito, indipendentemente dalle loro dimensioni. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, invece, gli obblighi più stringenti riguardano soprattutto le banche considerate sistemiche.
Per questo motivo la Commissione europea sta esaminando la possibilità di alleggerire gli obblighi per gli istituti più piccoli e meno complessi, creando un regime differenziato che escluda parte delle banche dall’applicazione completa delle regole di Basilea.
La Commissione europea non ha commentato le indiscrezioni e il documento di lavoro è ancora suscettibile di modifiche. Tuttavia, la revisione rappresenta il primo intervento organico sulle regole bancarie europee dopo la crisi del 2008 orientato ad allentare, anziché rafforzare, la regolamentazione.
Alla base di questa svolta vi è la convinzione che gli istituti europei soffrano di uno svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti americani e britannici. Secondo il settore bancario, l’Unione europea ha adottato un approccio eccessivamente prudente, applicando le norme nel modo più rigoroso possibile e penalizzando così la capacità delle banche di concedere credito e generare redditività.
I sostenitori della riforma ritengono quindi necessario introdurre un livello maggiore di “rischio controllato” nel sistema finanziario, consentendo alle banche di impiegare una quota maggiore del proprio capitale per finanziare famiglie e imprese e sostenere la crescita economica.
I critici, invece, contestano questa impostazione. A loro avviso il problema principale non è l’eccesso di regolamentazione, bensì la frammentazione del sistema bancario europeo. Le banche dell’Unione sarebbero troppo piccole rispetto ai grandi gruppi statunitensi e incontrerebbero ancora numerosi ostacoli alle fusioni transfrontaliere e, in alcuni casi, anche nazionali. Per aumentare la competitività, sostengono, sarebbe quindi preferibile favorire il consolidamento del settore piuttosto che ridurre i requisiti di vigilanza.
Il confronto si preannuncia acceso sia all’interno della Commissione, che dovrebbe presentare le proposte legislative nel corso del prossimo anno, sia successivamente nel Parlamento europeo e tra gli Stati membri. Alcuni Paesi, come la Finlandia, hanno già espresso la propria contrarietà, sostenendo che allentare le regole introdotte dopo la crisi finanziaria significherebbe indebolire proprio quei meccanismi che hanno reso le banche europee più sicure e resilienti.
Il principale rischio di una deregolamentazione è infatti quello di ridurre la capacità del sistema bancario di assorbire eventuali shock futuri. I sostenitori di un approccio prudente ricordano che il fallimento della Silicon Valley Bank negli Stati Uniti e la successiva crisi che ha coinvolto alcune banche svizzere hanno avuto un impatto limitato sugli istituti dell’Eurozona. Secondo questa interpretazione, la maggiore solidità delle banche europee è stata resa possibile proprio da una regolamentazione più severa. Per questo motivo, avvertono, qualsiasi intervento di alleggerimento dovrà essere valutato con estrema cautela per evitare di compromettere un quadro normativo che finora ha contribuito a preservare la stabilità finanziaria del continente.
Un buon weekend in musica, con le sonorità di Chris Cornell (sia in versione Soundgarden che in versione Temple of the Dog)




