La settimana dell'Alieno #148
Rassegna delle notizie economico-finanziarie del 05-10 luglio 2026
Cessate… la pace
A dispetto delle narrazioni, bisogna prendere atto di una realtà che è una costante nelle nostre vite da ormai più di 4 anni: la guerra infuria, oggi in Ucraina e in Iran: l’invasione della Russia nel paese confinante, che doveva risolversi in un successo dopo pochi giorni, è ormai in fase di stallo, e sta causando danni sempre più ingenti alle infrastrutture energetiche russe, mentre i rinnovati attacchi statunitensi contro l’Iran, che a sua volta avrebbe dovuto cadere in pochi giorni, hanno scatenato rappresaglie contro gli alleati degli Stati Uniti in tutto il Golfo.
Entrambe le guerre stanno contribuendo a far salire i prezzi globali dell’energia e le prospettive di radicamento dell’inflazione. Le riserve strategiche di petrolio sono in esaurimento e il potere di ricatto dei produttori di petrolio verso l’economia mondiale sta continuando a salire.
Il ritorno all’aggressività militare da parte degli UA dopo aver siglato un memorandum in cui si impegnavano a no aggredire più, è stato giustificato dal Pentagono come un modo per indebolire la capacità militare di quella nazione. Ma gli Stati Uniti hanno avanzato affermazioni simili sin dall’inizio della guerra a febbraio, e nel farlo hanno intaccato le proprie riserve di armamenti avanzati e costosissimi.
Inflazione, un grattacapo globale
Il conflitto in Medio Oriente sta ampliando il suo già significativo impatto sull’inflazione, uno dei principali temi economici dell’anno. A confermarlo è anche l’ultimo rapporto sulle prospettive dell’economia mondiale pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale, che avverte come le pressioni inflazionistiche siano destinate a persistere.
Il rapporto rivede le stime per l’inflazione globale al rialzo (al 4,7% per quest’anno), mentre le previsioni sull’inflazione di fondo, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari, sono rimaste sostanzialmente invariate.
È importante sottolineare che queste stime sono state elaborate prima della ripresa degli attacchi militari, circostanza che rende le conclusioni del rapporto ancora più rilevanti.
Il messaggio principale dell’IMF è che la crescita economica mondiale dovrebbe riuscire a resistere nonostante le tensioni geopolitiche, ma al prezzo di un’inflazione destinata a salire. Nel rapporto si evidenzia anche come fosse sufficiente un ulteriore deterioramento della situazione in Medio Oriente per innescare una nuova fiammata dei prezzi… l’intento della rilevazione, rassicurare che il conflitto si è concluso appena in tempo, è diventato rapidamente presagio di sventura, vista la ripresa delle ostilità nell’area del Golfo Persico.
Dopo mesi di progressivo calo, questa settimana il prezzo del petrolio greggio è tornato a salire con forza in seguito alla ripresa delle ostilità. Il movimento riflette la crescente preoccupazione degli operatori finanziari per il rischio di un’escalation tra Stati Uniti e Iran e per la possibilità di un ritorno alle forti tensioni che avevano caratterizzato la prima parte dell’anno. Senza contare che il presupposto di un accordo di pace è che questo sia vincolante per chi lo sottoscrive. Quando Trump mostra di sentirsi al di sopra di ogni vincolo, demolisce le possibilità di futuri accordi concreti.
Tra gli scenari delineati dall’IMF, quello considerato più probabile in caso di aggravamento del conflitto è proprio un deciso rialzo dei prezzi delle materie prime energetiche, a partire dal petrolio: il rapporto ricorda che, durante la precedente fase di tensione, l’impatto sull’economia mondiale era stato contenuto grazie al ricorso massiccio alle riserve strategiche di petrolio da parte delle economie occidentali, che avevano contribuito ad attenuare l’impennata dei prezzi.
Oggi, però, la situazione è diversa: le riserve si trovano ormai ai livelli più bassi degli ultimi anni. Se il conflitto dovesse nuovamente compromettere le forniture di greggio, i governi avrebbero margini molto più limitati per intervenire immettendo petrolio sul mercato. Di conseguenza, l’effetto sui prezzi potrebbe risultare molto più marcato rispetto a quanto osservato in precedenza.
Le implicazioni economiche sarebbero rilevanti. Un nuovo aumento del prezzo del petrolio alimenterebbe ulteriormente l’inflazione, costringendo molte banche centrali a mantenere una politica monetaria più restrittiva.
Già prima della ripresa delle ostilità, il Fondo Monetario Internazionale riteneva probabile un ulteriore rialzo dei tassi d’interesse sia da parte della Banca Centrale Europea sia della Federal Reserve nel corso dell’anno. Un ulteriore shock energetico renderebbe ancora più forte la pressione sulle autorità monetarie affinché intervengano per contenere la nuova ondata inflazionistica.
In sintesi, un conflitto più lungo e intenso in Medio Oriente rischierebbe di tradursi in prezzi dell’energia più elevati, inflazione più persistente e tassi d’interesse più alti a livello globale, con conseguente aumento del costo del denaro per famiglie e imprese.
Questa newsletter ha due edizioni settimanali (ogni venerdì la Settimana dell’Alieno, e ogni mercoledì quella sulla puntata del podcast Economia per Tutti. Talvolta mi “scappa” una terza edizione sporadica, di approfondimenti specifici. Puoi trovare l’archivio integrale delle newsletter precedenti qui.
Meeting NATO in Turchia
L’allontanamento di Trump dalla Nato sta spingendo l’Europa verso il suo secondo alleato più importante: la Turchia. Ankara sta ospitando il vertice della Nato e il ruolo di paese ospitante riflette un’ambizione più ampia: aumentare le vendite di equipaggiamenti militari ai partner europei.
La Turchia dispone del secondo esercito più grande dell’Alleanza dopo quello degli Stati Uniti. È inoltre una potenza navale nel Mar Nero, un’area strategica per il conflitto tra Russia e Ucraina, e a Bruxelles viene considerata il pilastro che protegge il fianco sud-orientale della Nato.
Il tema centrale del vertice resta però il rapporto degli Stati Uniti con l’Alleanza e il livello di impegno che l’amministrazione Trump intende mantenere. La Nato è chiamata a ridefinire se stessa, e la Turchia punta a sfruttare il proprio peso militare, la crescente rilevanza geopolitica e lo sviluppo dell’industria della difesa per costruire un rapporto più stretto con l’Europa. L’ostacolo principale è la profonda mancanza di fiducia reciproca, aggravata negli ultimi anni dalla crescente deriva autoritaria del presidente Erdoğan.
Il messaggio che Ankara rivolge all’Europa è semplice: la Turchia protegge il confine sud-orientale del continente, dispone di un’industria della Difesa utile al riarmo europeo e può contare su un grande esercito permanente con capacità di intervento all’estero. In sostanza, Erdoğan invita gli europei a guardare oltre le critiche sul piano democratico e a concentrarsi sugli interessi strategici comuni, mettendo sul tavolo le proprie risorse e chiedendo quali contropartite siano disposti a offrire i partner europei.
L’Europa riconosce l’importanza militare della Turchia e il valore della sua base industriale, ma mantiene diverse riserve. Da un lato ritiene che le capacità dell’industria della difesa turca siano talvolta sopravvalutate; dall’altro sottolinea che Ankara continua a non rispettare pienamente alcuni principi fondanti della Nato, a partire dalla democrazia e dallo stato di diritto.
Queste preoccupazioni trovano conferma negli ultimi sviluppi interni. Proprio alla vigilia del vertice, le autorità turche hanno arrestato un giornalista e un comico critici nei confronti del governo, un episodio che si aggiunge a una lunga serie di provvedimenti contro oppositori e dissidenti.
Nel frattempo prosegue anche il procedimento giudiziario avviato circa un anno e mezzo fa contro l’ex sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, considerato il più popolare leader dell’opposizione. Parallelamente, il principale partito di opposizione, Partito Popolare Repubblicano, viene progressivamente indebolito da una serie di iniziative giudiziarie la cui legittimità è contestata dai critici del governo.
La regressione democratica e le criticità nello stato di diritto non rappresentano soltanto un problema politico, ma hanno anche conseguenze economiche. La gestione delle azioni giudiziarie contro l’opposizione alimenta l’incertezza e scoraggia gli investimenti esteri. Si crea così un circolo vizioso: la Turchia ha bisogno di capitali europei, tecnologie occidentali e finanziamenti internazionali per sviluppare pienamente la propria industria della difesa, ma alcune delle scelte politiche del governo finiscono per compromettere proprio gli obiettivi che Ankara vorrebbe raggiungere.
Mercato dell’energia
Le principali compagnie petrolifere americane sembrano avviarsi verso uno scontro con il presidente Donald Trump. I grandi gruppi del settore e le società di raffinazione dovrebbero pubblicare risultati trimestrali eccezionalmente positivi, trainati dall’impennata dei prezzi dell’energia provocata dal conflitto tra Stati Uniti e Iran. Proprio questi extra-profitti, tuttavia, hanno spinto Trump ad accusare alcune compagnie di speculare sui consumatori dando a loro la colpa dell’aumento dei prezzi dei carburanti.
Le stime degli analisti indicano un forte incremento degli utili. Per ExxonMobil l’utile netto dovrebbe più che triplicare rispetto al trimestre precedente, raggiungendo circa 15 miliardi $. Anche Chevron dovrebbe registrare un risultato eccezionale, con utili stimati intorno ai 9,7 miliardi $. A sostenere questi numeri sono i prezzi elevati del petrolio greggio, ma anche quelli dei prodotti raffinati, in particolare diesel e carburante per l’aviazione.
A beneficiare della situazione sono soprattutto le raffinerie: nessuno nel mondo costruisce una raffineria da più di 10 anni, e alcuni impianti sono stati distrutti durante il conflitto; i raffinatori rimasti hanno la possibilità di applicare margini più elevati. Aziende come Marathon Petroleum sono attese a risultati record, probabilmente i migliori dal 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina provocò forti tensioni sui mercati energetici mondiali.
Finché le tensioni resteranno elevate, gli analisti si aspettano che i prezzi del petrolio continuino a mantenersi su livelli sostenuti. La recente dichiarazione di Trump sulla fine del cessate il fuoco ha già contribuito a una nuova risalita delle quotazioni del greggio, confermando che l’incertezza geopolitica continuerà probabilmente a sostenere il mercato energetico.
Per Trump il prezzo della benzina rappresenta soprattutto una questione politica. Il costo del carburante è uno degli indicatori economici più percepiti dagli elettori americani e il presidente aveva costruito parte della sua campagna elettorale sulla promessa di rendere nuovamente accessibile il costo della vita negli Stati Uniti.
Per questo motivo, nel mese di giugno, Trump ha ordinato al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di avviare un’indagine nei confronti delle compagnie energetiche, accusandole di praticare aumenti ingiustificati dei prezzi. L’obiettivo dichiarato da Trump è riportare il prezzo della benzina a circa 2,25 dollari al gallone, il livello pre-pandemia.
L’amministrazione potrebbe continuare a sospendere temporaneamente le disposizioni del Jones Act, che normalmente impone che il trasporto di merci tra porti americani venga effettuato esclusivamente da navi statunitensi. La sospensione della norma facilita la distribuzione interna dei carburanti e contribuisce a ridurre le pressioni logistiche.
Certo, per una amministrazione che sostiene il protezionismo dicendo che non impatta sui prezzi, appare curioso che per contrastare i prezzi la decisione più efficace sia quella di sospendere una legge di ispirazione protezionistica, ma prendiamola con filosofia.
Se il conflitto dovesse protrarsi e aggravarsi, l’amministrazione potrebbe essere costretta a prendere decisioni più drastiche, come introdurre restrizioni alle esportazioni di prodotti energetici per aumentare la disponibilità sul mercato interno. Al momento la Casa Bianca ha escluso questa possibilità, ma con le elezioni di medio termine previste a novembre, un ulteriore aumento dei prezzi della benzina potrebbe spingere l’amministrazione a riconsiderare anche misure finora giudicate estreme.
Sovranità AI
Google e Meta, così come OpenAI e Anthropic, sono tutte aziende americane. DeepMind, che è nata in Inghilterra, è stato acquisito da Google nel 2014 per circa 400 milioni di sterline. Fin da subito, nella comunità tecnologica del Regno Unito si aprì un intenso dibattito sull’opportunità di consentire che una start-up così promettente finisse sotto controllo straniero. Ma DeepMind aveva bisogno di immense risorse computazionali e della capacità finanziaria di Google per perseguire l’obiettivo fantascientifico di costruire un’AI generativa generale.
Dopo il successo di ChatGPT, il concetto di “sovranità dell’intelligenza artificiale” è diventato sempre più centrale. Molti governi, soprattutto quelli che non appartengono né agli Stati Uniti né alla Cina, temono che, se l’AI diventerà davvero la forza economica che molti prevedono, le loro economie finiranno per dipendere da un ristretto numero di aziende straniere.
Queste preoccupazioni sono aumentate ulteriormente quando, il mese scorso, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha intimato ad Anthropic di interrompere entro 90 minuti l’accesso internazionale ai suoi modelli di IA più avanzati. Sebbene il divieto sia stato successivamente revocato, l’episodio ha rappresentato un campanello d’allarme: un Paese che dipende dall’intelligenza artificiale sviluppata all’estero potrebbe ritrovarsi improvvisamente senza accesso a tecnologie essenziali.
Dopo la dipendenza energetica, quella militare, la dipendenza dai sistemi di connessione, dai meccanismi di pagamento internazionali… per l’Europa è venuto il momento di darci un taglio e svoltare. Servirà una combinazione tra il sostegno pubblico e iniziativa privata, perché i governi europei sono già molto indebitati. Occorre quindi un cambio radicale: un incoraggiamento all’iniziativa imprenditoriale, un contesto meno orientato a redistribuire e di conseguenza un ambiente più attraente per gli investitori.
Se vogliamo che i ricercatori rimangano in Europa invece di trasferirsi negli Stati Uniti, o che la prossima Bending Spoons non si vada a quotare a NY ma preferisca quotarsi nel Vecchio Continente, serviranno anni ma è necessario iniziare da subito.
Sottrarre ricercatori ai grandi gruppi tecnologici è estremamente difficile, perché questi possono offrire stipendi molto più elevati e l’AI è soprattutto una competizione per il talento. Le persone realmente capaci di costruire da zero modelli avanzati sono ancora pochissime.
I conti pubblici in Germania
Il governo tedesco si è dimostrato particolarmente attivo e deciso nei circa quindici mesi trascorsi dal suo insediamento. Nato dalla coalizione tra l’Unione Cristiano-Democratica/Unione Cristiano-Sociale e il Partito Socialdemocratico di Germania, ha avviato il proprio mandato con una controversa modifica del cosiddetto “freno al debito”, approvata dal vecchio Parlamento pochi giorni prima dell’insediamento della nuova legislatura. La misura ha consentito un significativo aumento della spesa per la Difesa, parzialmente rimangiato nelle scorse settimane.
Nel corso del mandato non sono mancati contrasti tra i partner di governo su temi quali fiscalità, pensioni e altre questioni economiche, mentre è rimasta compatta la volontà di isolare politicamente il partito di destra Alternative für Deutschland. Tutto questo avviene mentre l’economia tedesca continua a mostrare una crescita molto debole.
La scorsa settimana il governo ha presentato uno dei pacchetti di riforme più ambiziosi degli ultimi anni. A differenza di quanto avvenuto in altri Paesi del G7, dove il consolidamento dei conti pubblici è spesso passato attraverso aumenti generalizzati della pressione fiscale, il piano tedesco punta soprattutto ad affrontare alcuni problemi strutturali dell’economia. L’obiettivo non è stimolare nell’immediato i consumi, bensì migliorare progressivamente il potenziale di crescita e rafforzare la fiducia di imprese e investitori.
La Germania parte inoltre da una posizione di forza. Dopo anni di rigore fiscale dispone di ampi margini per aumentare il deficit, grazie a un rapporto debito/PIL e a saldi di bilancio sensibilmente migliori rispetto alla maggior parte degli altri Paesi del G7.
Le riforme più rilevanti riguardano il mercato del lavoro, la riduzione della burocrazia e il sistema pensionistico.
Sul fronte del lavoro, il governo intende rendere il mercato più flessibile. La Germania registra infatti uno dei più elevati tassi di assenza dal lavoro per malattia tra le economie avanzate. Per questo motivo sarà eliminata, in diversi casi, la possibilità di ottenere certificati medici per telefono: i lavoratori dovranno recarsi dal medico fin dal primo giorno di malattia. Altre misure prevedono l’estensione della durata dei contratti a termine, che potranno essere rinnovati fino a sei volte invece delle tre attuali, un trattamento fiscale più favorevole delle indennità di licenziamento per chi trova rapidamente una nuova occupazione e una semplificazione delle procedure di licenziamento per i dirigenti con retribuzioni superiori a 177.000 euro annui.
Per ridurre gli oneri amministrativi a carico delle imprese, il governo introdurrà inoltre una significativa semplificazione burocratica. Le aziende saranno soggette a minori obblighi di rendicontazione e verrà adottato un principio di “approvazione per silenzio-assenso”: i progetti che soddisfano determinati requisiti potranno essere bloccati dalle autorità soltanto entro quattro mesi; trascorso tale termine senza obiezioni, saranno considerati automaticamente approvati.
Molto ambiziose sono anche le riforme previdenziali. L’esecutivo intende recepire le raccomandazioni della Commissione sulle pensioni introducendo un sistema ispirato al modello svedese, con un fondo pensionistico pubblico alimentato dai contributi di lavoratori e datori di lavoro, il cosiddetto “pilastro a capitalizzazione”. Dal 2031 l’età pensionabile aumenterà gradualmente in funzione dell’aspettativa di vita, verrà eliminata la possibilità di pensionamento anticipato per alcune categorie di lavoratori con lunga anzianità contributiva e anche i lavoratori autonomi saranno obbligati a versare contributi previdenziali.
Sul piano fiscale è previsto un moderato alleggerimento per la maggior parte delle famiglie. Aumenterà la soglia di reddito esente da imposta, mentre verrà abbassato il livello di reddito oltre il quale si applica l’aliquota del 45%. Contestualmente sarà introdotta una nuova aliquota del 47% destinata ai contribuenti con i redditi più elevati.
Nel complesso, il pacchetto viene considerato un passo avanti per l’economia tedesca. Pur prevedendo un lieve aumento della tassazione per i redditi più alti, le riforme affrontano alcuni dei principali ostacoli strutturali alla crescita, come la rigidità del mercato del lavoro, l’eccesso di burocrazia e le criticità del sistema pensionistico. Se approvate nella seconda metà dell’anno, potrebbero contribuire a rafforzare il potenziale di crescita della Germania e migliorare le prospettive dell’economia nel medio-lungo periodo.
Un buon weekend in musica, con Allison Russell e le sue stimolanti esplorazioni / collaborazioni


