La settimana dell'Alieno #129
Rassegna delle notizie economico-finanziarie del 22-27 febbraio 2026
La Corte Suprema mette i dazi in ghiaccio
La Corte Suprema USA ha bocciato l’uso dei poteri d’emergenza in base all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) da parte del presidente Donald Trump per imporre dazi. La storica decisione ha ribadito che un presidente, in quanto tale, non fa tutto quello che gli passa per la testa, ma deve muoversi all’interno di una cornice di regole definite. Questo però ha anche prodotto un quadro incerto, per i partner commerciali degli Stati Uniti e per le imprese americane.
La sentenza della Corte Suprema non significa che i dazi di Trump siano destinati a scomparire. Al contrario, siccome con differenti dispositivi di leggi il presidente può aumentare i dazi in determinate circostanze, Trump ha subito invocato la Sezione 122 per introdurre un dazio del 10% su tutte le importazioni da tutti i Paesi, aumentando poi l’aliquota al 15% il giorno successivo. I nuovi dazi, come da legge, dureranno solo 150 giorni, trascorsi i quali, scommetterei, Trump potrebbe reintrodurli per altri 150 giorni…
Esiste poi un’ulteriore possibilità, la Sezione 338 del Tariff Act del 1930 (nota anche come Smoot-Hawley), che permetterebbe al presidente di imporre dazi fino al 50% senza limiti temporali. Nessun presidente ha mai fatto ricorso a questa disposizione, e il suo utilizzo solleverebbe con ogni probabilità nuove contestazioni legali.
Di conseguenza, il livello complessivo dei dazi statutari sulle importazioni statunitensi diminuirà solo di pochissimo: la cancellazione dei dazi basati sull’IEEPA riguarda solo una parte dell’architettura protezionistica costruita dall’amministrazione. Restano infatti in vigore numerosi dazi su settori chiave (automobili, acciaio, alluminio e semiconduttori) introdotti attraverso altre leggi commerciali. Di conseguenza, economie fortemente esposte a questi comparti, come Giappone, Corea del Sud e l’Unione europea, risultano più vulnerabili rispetto a Paesi come Vietnam o Indonesia, esportatori di beni più generici che rientravano nel perimetro IEEPA e per i quali la decisione della Corte Suprema ha prodotto maggiori riduzioni.
Diverse economie asiatiche orientate all’export avevano concordato con Washington livelli tariffari compresi tra il 18 e il 20%; il nuovo tetto al 15% riduce quindi il carico. Secondo analisti e operatori, l’obiettivo di Trump sarebbe stato anche quello di restringere la differenza tra vecchi e nuovi accordi per evitare una corsa all’esportazione verso gli Stati Uniti finalizzata a sfruttare aliquote più basse.
Per quanto riguarda l’UE, l’accordo commerciale recentemente raggiunto con Washington non è ancora entrato in vigore, ma difficilmente verrà rimesso in discussione. È vero che il Parlamento europeo ha espresso forti riserve su un’intesa che prevede dazi generalizzati al 15%, riduzioni sulle auto e il mantenimento di dazi al 50% sull’acciaio. Tuttavia, secondo molti esperti, un tentativo di rinegoziazione o di rallentamento rischierebbe di riaprire la minaccia di ritorsioni, proprio quella che aveva spinto Bruxelles a chiudere l’accordo. Un aumento dei dazi sulle automobili, settore cruciale per l’export europeo, resta un’arma sempre pronta sul tavolo.
Nel quadro pesa anche il dossier Ucraina. Il timore che Trump potesse ritirare le garanzie di sicurezza a Kyiv ha contribuito alla scelta europea di evitare scontri frontali, mentre Washington tenta di mediare un “accordo di pace” con Mosca. L’esperienza ha insegnato all’UE che, su questi temi, irritare la Casa Bianca può avere costi elevati.
La combinazione tra il rischio di ritorsioni e l’abbassamento delle aliquote rende poco probabile una riapertura diffusa dei negoziati. È per questo che la maggior parte dei giuristi commerciali e degli analisti internazionali ritiene che, nella sostanza, gli accordi siglati nell’ultimo anno resteranno in piedi.
Un caso osservato con particolare attenzione è quello dell’India, che ha accettato un accordo con dazi ridotti al 15%. Trump ha assicurato che non ci saranno modifiche, ma alcuni analisti ipotizzano che Nuova Delhi, poco soddisfatta dell’intesa, possa applicarla con cautela, attendendo eventuali ricorsi legali negli Stati Uniti o un cambiamento del clima politico dopo le elezioni di medio termine.
Nel complesso, il messaggio che emerge è chiaro: nonostante la bocciatura della Corte Suprema, i dazi restano una componente strutturale della politica commerciale statunitense e sono destinati a rimanere tali nel prossimo futuro. Anche perché Trump ne ha fatto stabilmente un dispositivo di potere personale (ne parliamo più sotto).
Economia americana
Anche sul fronte interno statunitense la decisione ha effetti rilevanti. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno incassato oltre 130 miliardi $ grazie ai dazi imposti in base all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). Dopo che tali prelievi sono stati dichiarati incostituzionali dalla Corte Suprema, molte aziende americane hanno iniziato a chiedere il rimborso dei dazi già versati.
Modalità e tempistiche restano però incerte: il presidente Donald Trump e il segretario al Tesoro Scott Bessent hanno dichiarato che la questione è ora nelle mani dei tribunali, dal momento che la Corte Suprema non ha specificato come i rimborsi dovrebbero essere gestiti. Per le numerose imprese che hanno presentato richieste di restituzione, la prospettiva più probabile è che il denaro non torni nei conti correnti in tempi brevi.
La situazione, infatti, rappresenta una potenziale criticità per le finanze pubbliche: le entrate generate dai dazi erano state infatti considerate una componente importante della strategia per ridurre il debito nazionale, un impegno assunto da Trump durante la campagna elettorale del 2024. Senza quelle entrate, che l’amministrazione aveva utilizzato per giustificare altre misure fiscali, si genera un ammanco di cassa.
Secondo stime del Congressional Budget Office, il gettito previsto dai dazi avrebbe dovuto raggiungere circa 3.000 miliardi $ in 10 anni, contribuendo a compensare una parte dell’elevata spesa pubblica, in particolare quella legata al “Big Beautiful Bill”. Nel breve periodo, la perdita o il rinvio di queste entrate rischia quindi di ampliare sensibilmente il buco nei conti pubblici.
Inoltre, oggi il tema dell’accessibilità dei prezzi è centrale per l’elettorato americano. I dazi hanno contribuito ad aumentare il costo di beni e servizi di uso quotidiano, e l’eventuale rimborso dei dazi a favore delle aziende lascerebbe fregati i consumatori, a cui nessuno rimborserà nulla.
Un recente rapporto della Federal Reserve Bank of New York ha stimato infatti che circa il 90% dell’onere dei dazi introdotti nell’ultimo anno sia ricaduto direttamente sui consumatori americani.
Con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine di novembre, e con il presidente ormai in piena modalità campagna elettorale, i sondaggi mostrano che una parte crescente dell’opinione pubblica collega esplicitamente i dazi all’aumento dei prezzi. Di conseguenza, la propaganda governativa tenterà di usare un eventuale effetto disinflazionistico derivato dalla cancellazione dei dazi per mostrare un calo dei prezzi senza fare marce indietro nelle dichiarazioni. Quello che pare certo è che uno dei principali punti di vulnerabilità elettorale dell’amministrazione, il costo della vita, rimarrà tale anche nei prossimi mesi.
I dazi di Rigoletto
Donald Trump ha, in questo primo anno di presidenza, trasformato il potere politico in una macchina di monetizzazione personale. Fin dall’insediamento, ha registrato incassi personali senza precedenti in donazioni che avevano l’aspetto di partecipazione ad un rituale “bacio della pantofola”, con cui grandi gruppi economici cercano di ottenere i favori del “sovrano”.
Tra le prime iniziative intraprese abbiamo l’esplorazione del mondo delle criptovalute, con l’emissione di memecoin senza valore e senza scopo. Al centro del disegno, secondo questa ricostruzione, c’è un meccanismo cruciale: l’uso delle politiche commerciali, in particolare dei dazi, come strumento di pressione e ricompensa.
Sulla scrivania del presidente campeggiano simboli di lusso, un lingotto da 130 mila dollari e un orologio Rolex da tavolo, che diventano la metafora di un sistema fondato sullo scambio. Accanto a questi oggetti, però, emergono movimenti di denaro ben più rilevanti: donazioni multimilionarie, esenzioni tariffarie mirate e improvvisi dietrofront della Casa Bianca.
I dazi, presentati da Trump come il pilastro di una nuova “età dell’oro” americana, sono stati annunciati, inaspriti, poi ridimensionati o cancellati. Ufficialmente lo scopo era riportare la produzione negli Stati Uniti; nella pratica, la linea appariva contraddittoria. Secondo alcuni, il mondo è preda di un presidente capriccioso, mobile “qual piuma al vento”:
muta d’accento, e di pensiero.
Sempre un amabile, leggiadro viso, In pianto o in riso, è menzognero.
È sempre misero chi a lei s’affida, chi le confida, mal cauto il core!
Secondo l’inchiesta, però, il Rigoletto non c’entra nulla, semplicemente il caos viene creato ad arte come leva negoziale. Si minaccia un intero settore, per incassare contributi da pochi attori ben posizionati e, infine, esentarli almeno parzialmente.
Un caso emblematico è quello di Pilgrim’s Pride, grande azienda statunitense della lavorazione di carni avicole e suine, controllata dal colosso brasiliano JBS. Il gruppo ha una lunga storia di accuse per cartelli sui prezzi e pratiche anticoncorrenziali. Il 2 gennaio 2025 Pilgrim’s Pride ha versato 5 milioni di dollari al fondo per l’inaugurazione Trump-Vance: l’unica donazione politica in oltre vent’anni, la più alta mai effettuata, superiore persino ai contributi delle big tech. Quando la notizia è diventata pubblica, in primavera, la senatrice Elizabeth Warren ha sollevato apertamente il sospetto di uno scambio.
Pochi mesi dopo, con l’entrata in vigore dei dazi del “Giorno della Liberazione”, lo scenario è cambiato rapidamente. A giugno l’amministrazione Trump ha autorizzato JBS a quotarsi in Borsa nonostante le accuse di corruzione e deforestazione. Ad agosto il gruppo ha assunto una potente società di lobbying, Miller Strategies, composta da ex funzionari trumpiani. Infine, a novembre, è arrivata la ricompensa: un drastico ridimensionamento dei dazi e l’eliminazione totale delle tariffe sulla carne bovina brasiliana, ufficialmente per calmierare i prezzi al consumo.
Lo stesso schema si è ripetuto in altri settori. Nell’automotive, le minacce di dazi su acciaio, alluminio e componenti importati hanno fatto temere un collasso dei costi di produzione. Ma i grandi costruttori avevano già “comprato” una polizza assicurativa politica. Ford e General Motors hanno donato ciascuna un milione di dollari al fondo inaugurale e fornito veicoli per le celebrazioni ufficiali. Il 2 aprile Trump ha annunciato esenzioni mirate che hanno alleggerito in modo significativo l’impatto dei dazi sui loro impianti.
Anche le grandi aziende tecnologiche hanno seguito lo stesso copione. Le tariffe generalizzate avrebbero colpito duramente i giganti che importano semiconduttori da Asia orientale. I loro amministratori delegati, presenti all’inaugurazione e a cene ufficiali alla Casa Bianca, hanno contribuito con donazioni identiche da un milione di dollari. In seguito, l’amministrazione ha concesso esenzioni sui chip, con risparmi stimati in miliardi.
Nel settore delle bevande, il principale imbottigliatore di Coca-Cola, Reyes Holdings, ha visto sparire i dazi sul PET, la plastica per le bottiglie. Anche in questo caso, alla guida dell’azienda ci sono donatori storici del Partito Repubblicano. Persino sul piano internazionale il metodo non cambia: la Svizzera, inizialmente colpita da una minaccia di dazi al 39%, ha avviato una vera e propria offensiva diplomatica fatta di visite, regali simbolici e promesse di investimenti. Il risultato è stato un abbassamento delle tariffe al 15%.
Non tutti, però, hanno potuto permettersi l’accesso. Gli agricoltori della soia sono l’esempio più evidente di chi resta schiacciato dal sistema. La guerra commerciale con la Cina, innescata dai dazi, ha portato Pechino a sospendere quasi del tutto gli acquisti di soia statunitense, storicamente il loro mercato principale. Le esportazioni cinesi si sono spostate verso Brasile e Argentina, con un aumento del 64% per i produttori sudamericani. Gli agricoltori americani, privi di grandi risorse di lobbying, hanno ricevuto solo 12 miliardi di dollari in aiuti ponte a fronte di perdite stimate fino a 44 miliardi.
A un anno dall’insediamento, Trump continua a difendere i dazi come strumento patriottico. Ma, secondo questa analisi, non c’è mai stata una strategia coerente per riequilibrare il commercio globale. L’obiettivo reale sarebbe stato un altro: creare instabilità per massimizzare il potere di negoziazione personale, concedendo sollievo solo dopo che il denaro o la lealtà erano stati messi sul tavolo. In un sistema così organizzato, chi non può “pagare” l’accesso finisce per pagare il prezzo più alto.
La controprova sarebbe Anthropic: secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, il Pentagono avrebbe utilizzato il modello Claude per pianificare un’operazione militare culminata nella cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, che avrebbe incluso bombardamenti a Caracas. Un utilizzo in apparente contrasto con le linee guida di Anthropic, che vietano l’impiego dei suoi modelli per facilitare atti di violenza.
Claude sarebbe stato impiegato attraverso la partnership con Palantir, fornitore chiave del Pentagono. Le tensioni esplose dopo il caso hanno spinto il Dipartimento della Difesa a rivedere il rapporto con Anthropic, nonostante un contratto da 200 milioni $ che rende l’azienda l’unica a disporre di un modello linguistico autorizzato per operazioni classificate. Ne parla Conrad Gray nel suo pezzo di questa settimana.
Anthropic ha annunciato una donazione da 20 milioni $ a Public First Action, un’organizzazione politica impegnata a promuovere regolamentazioni sulla sicurezza dell’AI e, in particolare, a sostenere i candidati alle elezioni di medio termine del 2026 favorevoli a questo tipo di norme. La mossa segna una presa di posizione diretta e conflittuale nei confronti della Casa Bianca, il cui “zar dell’AI” David Sacks, è orientato invece verso un quadro regolatorio più leggero.
Quindi il Pentagono chiede strumenti utilizzabili per “tutti gli scopi legali”, mentre Anthropic insiste nel porre limiti netti su sorveglianza di massa e armi autonome. La scelta, sempre più solitaria, di difendere la sicurezza e l’etica, potrebbe costare ad Anthropic il suo ruolo nel cuore della Difesa americana.
Questa newsletter ha due edizioni settimanali (ogni venerdì la Settimana dell’Alieno, e ogni mercoledì quella sulla puntata del podcast Economia per Tutti. Talvolta mi “scappa” una terza edizione sporadica, di approfondimenti specifici. Puoi trovare l’archivio integrale delle newsletter precedenti qui.
AI: boom o bolla?
La paura del potenziale dirompente dell’AI è sufficiente a far aumentare i costi di finanziamento per le società di software, che potrebbe generare default significativi, disruption e dislocazioni nei mercati del credito.
In effetti sul mercato, gli investitori temono che gli sviluppi nell’intelligenza artificiale possano minacciare il modello di business delle aziende software e si sta da tempo consolidando una divergenza fra l’andamento dell’hardware e quello del software.
Con l’intensificarsi dei timori legati all’AI, la qualità dei debiti contratti dalle società del software-as-a-service (SaaS) è crollata. Queste aziende presentano quantità di debito relativamente elevate rispetto agli utili e il finanziamento è spesso arrivato dal private credit. Questo ha acceso i riflettori anche su alcuni di questi finanziatori, come Blue Owl Capital che ha chiuso ai sottoscrittori la facoltà di rimborso su un suo fondo.
Il problema del Private Credit, per definizione, è la scarsa vigilanza da parte dei regolatori che monitorano i rischi sistemici. Il private equity e il private credit hanno entrambi investito pesantemente in aziende software. Se l’AI distrugge alcune di queste aziende, il private equity può ancora sperare che le sopravvissute compensino le perdite. Il private credit no: se le aziende falliscono, i creditori perdono il capitale, e non hanno l’upside dell’azionista.
Nel frattempo Nvidia, il maggiore produttore di chip al mondo, ha pubblicato i suoi risultati finanziari, registrando un fatturato di poco superiore ai 68 miliardi $ nell’ultimo trimestre: continua insomma a beneficiare dei massicci investimenti nell’infrastruttura AI.
Nvidia prevede un fatturato di 78 miliardi $ per il trimestre in corso, tutti numeri ben superiori alle previsioni. Questo straordinario rapporto sugli utili è una buona notizia per il settore dell’intelligenza artificiale, ma forse una cattiva notizia per tutti gli altri, visti i crescenti timori su come l’intelligenza artificiale potrebbe stravolgere i settori tradizionali.
Dopo aver temuto che l’AI sia inutile, oggi si teme che funzioni fin troppo bene: la logica della promessa di efficienza che alimenta gli investimenti infrastrutturali AI ha cominciato a suonare come una minaccia: se le macchine fanno il lavoro degli esseri umani, forse gli esseri umani non servono più. E con loro, forse, nemmeno tante aziende.
A scatenare il panico più recente non è stato un report di Goldman Sachs né un avvertimento della Federal Reserve, ma un lungo post sul blog di una società praticamente sconosciuta ai più: Citrini Research, descritta come una boutique di analisi macro con un seguito di nicchia.
Il testo, scritto come una distopia che guarda all’oggi dalla prospettiva dall'anno 2029, descrive uno scenario in cui l'AI ha distrutto milioni di posti di lavoro, i salari reali sono crollati, i consumi sono collassati e l'economia è entrata in recessione. Il testo conia una nuova espressione: "PIL fantasma", produzione che appare nelle statistiche nazionali ma non circola nell'economia reale.
La vera notizia, in un certo senso, non è il contenuto del post di Citrini. È il fatto che i mercati abbiano risposto così, una cosa che dice molto sull'umore attuale degli investitori: il mercato sta cercando ragioni per scendere.
Non è la prima volta che un report minore smuove i listini. Giusto la settimana scorsa vi raccontavo di Algorythm Holdings, il mercato fa scivolare il panico da un settore all'altro, cercando di capire quali aziende siano "resistenti" e quali "fragili" di fronte alla rivoluzione AI.
Il caso IBM è emblematico: il titolo ha perso fino al 13% in una sola seduta, colpito sia dall'effetto Citrini sia dall'annuncio di una startup AI che ha rilasciato uno strumento capace di scrivere codice in uno dei linguaggi di programmazione che rappresenta il territorio in cui IBM domina da decenni.
Il tema della “bolla AI” (troppi soldi investiti, troppo hype, tecnologia ancora immatura) ha subito una mutazione, la domanda è diventata l'opposto: e se l'AI fosse troppo brava? La possibilità di costruire software senza saper programmare, è in effetti diventata reale. E questo pone domande legittime sulla tenuta di grandi franchise tecnologici consolidati da decenni.
Però, la tesi catastrofista di Citrini presenta una contraddizione interna: abbina una sovrabbondanza di produzione a costi irrisori con una domanda in crollo perché le persone non hanno più soldi per comprare. Ma se il PIL cresce, da qualche parte c’è stato consumo. L'economia aggregata non può simultaneamente produrre di più e consumare di meno. Lo scenario evocato da Citrini è un problema di distribuzione, di disuguaglianze: la torta cresce, ma la fetta che va ai lavoratori si restringe mentre quella che va ai proprietari del capitale tecnologico si espande. Poi arrivano le proteste, e i neoLuddisti. È uno scenario possibile, ma è uno scenario politico prima che economico.
Gli aspetti sociali di questo scenario, con una speculazione intellettuale, li ho affrontati qui.
Al di fuori degli Stati Uniti, intanto, i mercati sembrano tranquilli. Europa e Regno Unito registrano performance positive, con afflussi record verso le borse europee. La crisi, per ora, appare circoscritta: è un'esplosione controllata che riguarda prevalentemente le grandi azioni tech americane, quelle che fino a ieri erano il motore dell'eccezionalismo finanziario statunitense. L’indice FANG, infatti, scende di oltre il 10% da inizio anno, mentre un banale eurostoxx segna quasi +7%.
Le azioni delle aziende non-tech dell'indice americano stanno comunque andando bene. Il problema è concentrato in una specifica parte del settore tecnologico. Non è sistemico, almeno per ora.
Forse, semplicemente, dopo anni di rialzi spettacolari, gli investitori stanno riequilibrando le loro esposizioni: valutazioni elevate, e profitti incerti, inducono a guardare ad aree del mercato che sembrano “dimenticate”.
Pubblico e privato nell’era Trump
Negli ultimi anni il profilo pubblico e finanziario di Donald Trump è stato al centro di continui dibattiti sui potenziali conflitti di interesse e sulle modalità con cui l’attività privata del presidente si intreccia con il suo ruolo pubblico. Critici e osservatori internazionali, così come diverse inchieste giornalistiche, hanno documentato una lunga serie di iniziative e progetti che sollevano interrogativi sulle relazioni economiche e politiche intrattenute dalla sua amministrazione.
Al centro delle discussioni c’è il modo in cui l’ex presidente avrebbe monetizzato la sua immagine e la sua influenza. Negli ultimi anni Trump ha firmato accordi di licensing in cui concede il proprio nome a progetti di sviluppo immobiliari in Paesi come Arabia Saudita, Oman e India. Progetti che peraltro non sempre vengono realizzate ma che, a prescindere da ciò, avrebbero fruttato centinaia di milioni di dollari su base individuale a Trump.
Un altro aspetto di forte discussione riguarda il coinvolgimento della famiglia Trump e dell’entourage in iniziative legate alle criptovalute. Mentre in passato lo stesso Trump aveva espresso scetticismo verso questi asset, dichiarandoli potenzialmente rischiosi o privi di valore intrinseco, da quando ètornato alla Casa Bianca ha iniziato ad emettere memecoin raccogliendo denaro da fan adoranti. Questi memecoin hanno rapidamente azzerato il loro prezzo. Poi si èreso parte attiva nell'emettere stablecoins, che hanno attratto grossi investimenti esteri senza un chiaro ritorno economico o utilità reale, se non quella di garantire un profitto personale e non trasparente a Trump.
Non sono mancate nemmeno donazioni e regali da parte di governi stranieri. Un esempio particolarmente dibattuto è l’aereo regalato dal Qatar, di fatto un’emolumento sotto la Costituzione degli Stati Uniti, sebbene le autorità qatariote abbiano negato che si tratti di una tangente e ufficialmente il dono sia stato qualificato come un contributo alla flotta governativa americana.
Parallelamente, l’amministrazione Trump è stata accusata di favorire legami economici poco trasparenti con gruppi e imprese internazionali, alimentando sospetti di un uso della presidenza per creare opportunità finanziarie a favore di interessi privati. Organizzazioni di vigilanza etica hanno sottolineato come queste dinamiche rendano difficile distinguere le decisioni prese nell’interesse pubblico da quelle che possono avvantaggiare specifici attori economici o la stessa famiglia Trump.
Al di là delle critiche internazionali e mediatiche, esistono anche procedimenti giudiziari formali. Ad esempio, la Trump Organization è stata al centro di cause civili per frode finanziaria relative alla presentazione di valori patrimoniali discordanti a banche e autorità fiscali, un’indagine che ha portato a multe e ordini di restituzione di profitti ritenuti illeciti, sebbene alcuni di questi esiti siano stati successivamente annullati in appello.
In sintesi, mentre il dibattito politico e giudiziario prosegue negli Stati Uniti, una parte dell’opinione pubblica e degli analisti internazionali continua a sollevare domande sui legami tra la sfera privata e quella istituzionale di Trump, sulle implicazioni etiche e su come questi rapporti influenzino percezioni e politiche a livello nazionale e globale.
Sviluppo normativo AI
L’influenza degli agenti AI sulla nostra creatività e personalità promette di essere profonda, il nostro ruolo nel ciclo produttivo potrebbe presto cambiare da esecutori a “manager del pensiero”. Un salto radicale, che implica una alterazione delle dinamiche del nostro sviluppo psicologico.
Il passaggio dalle AI che si limitano a conversare a quelle che “agiscono” (gli agenti) sta cambiando radicalmente il processo creativo: delegando parti crescenti, sempre di più diventiamo editori e product manager, le competenze tecniche di base diventano meno cruciali rispetto alla capacità di avere buon gusto e intuizioni su come procedere. Un mondo pieno di “junk news”, ovvero di report generati “a nastro” dalle varie AI, riduce il nostro spazio di apprendimento. La creatività umana è infatti intrinsecamente legata alla fatica dell’apprendimento; delegare interamente la ricerca, la sintesi o le bozze iniziali potrebbe privarci del processo che porta alla creazione di idee originali.
Questo è il rischio che si corre se si eccede nell’andare oltre il delegare i soli compiti laboriosi e ripetitivi. Inoltre l’interazione costante con sistemi intelligenti modificherà il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri: le AI hanno reazioni spesso condiscendenti, il sistema riflette e amplifica costantemente le nostre idee, nell’ombra si alimenta il narcisismo tecnologico.
In futuro potrebbero esistere due tipi di persone: quelle che avranno co-creato la propria personalità attraverso un dialogo continuo con modelli AI, incentivati dal minor sforzo di gestire queste “relazioni” rispetto alle vere conversazioni umane, e quelle che avranno lavorato per comprendere se stesse al di fuori della bolla tecnologica. Chi non conosce bene se stesso sarà più vulnerabile alle influenze e ai “difetti di personalità” prodotti dall’AI.
Un modo interessante per affrontare il problema, sul piano personale, è quello di impostare gli agenti ad essere diversi, assertivi, per esercitare l’empatia. Ad esempio, quando scrivo sceneggiature teatrali, classifico i personaggi secondo le categorie definite dal “test delle 16 personalità” dopodiché chiedo alla AI di propormi come potrebbe reagire il singolo personaggio alla situazione che sto creando. E’ un modo per vedere una situazione dal punto di vista di un’altra persona, prima di affrontare una situazione di conflitto, e questo diventa anche un esercizio per la mia empatia.
Sul piano collettivo, però, le cose vanno affrontate in termini di regulation. Ne parla anche Dario Amodei, fondatore e CEO di Anthropic, in una interessante intervista uscita questa settimana. E qui emerge un quadro di contrasti tra la velocità dei progressi tecnici e la cronica lentezza legislativa a livello sistemico. Anche se la cooperazione tra aziende e istituzioni sta portando risultati concreti:
Sono stati creati Istituti di Sicurezza Nazionale sulla AI in USA e UK, che hanno iniziato a testare i modelli prodotti dai laboratori privati.
Protocolli di test efficaci per minacce specifiche, come lo sviluppo di armi biologiche o nucleari.
Alcune aziende hanno adottato una “Costituzione” interna per guidare il comportamento dei modelli e pubblicano dati come l’Anthropic Economic Index per aiutare gli economisti e i politici a mappare l’impatto dell’AI sui vari settori lavorativi.
I sistemi vengono sottoposti a valutazioni da parte di enti governativi per verificarne le proprietà relative alla sicurezza nazionale e resistenza ad attacchi informatici.
Le lacune nell’impianto regolatorio restano, però, ancora grandi:
Le risorse investite nel testare e monitorare la sicurezza sono minime rispetto a quelle dedicate a rendere i sistemi più veloci e potenti.
Non esiste ancora un’agenda chiara che incentivi lo sviluppo in settori come la sanità o l’istruzione, lasciando che sia il mercato privato a dettare le priorità. La discussione è dominata dalla paura di ciò che l’AI potrebbe fare.
Atraverso il miglioramento ricorsivo, i modelli che scrivono il proprio codice per migliorarsi autonomamente dovranno essere monitorati e non è chiaro se sapremo in grado di gestirli.
Un esempio positivo di come il settore pubblico possa interagire con l’AI per il bene comune è il Genesis Project, un’iniziativa del Dipartimento dell’Energia (DOE) degli Stati Uniti, in cui i ricercatori governativi collaborano con i laboratori di AI per capire come accelerare la ricerca scientifica.
Banche: la dolce vita
Un altro anno di cuccagna per le banche d'investimento europee: Barclays, UBS, Deutsche Bank, Société Générale e BNP Paribas hanno registrato nel 2025 i ricavi di negoziazione più elevati degli ultimi dieci anni, con un aumento medio superiore al 10% rispetto al 2024. Merito delle turbolenze geopolitiche e dell’isteria sui progressi nell'intelligenza artificiale, due fattori che hanno provocato forti oscillazioni sui mercati.
La prima metà del 2025 è stata molto volatile, tra il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l'incertezza che circondava la sua agenda economica e il forte picco di tensione all'inizio di aprile, quando ha imposto dazi doganali su tutti i principali partner commerciali degli Stati Uniti.
Nella seconda metà dell'anno, la situazione si è sicuramente stabilizzata e livellata, ma si è anche assistito a una forte corsa al rialzo delle società tecnologiche legate all'intelligenza artificiale.
La spunta Paramount
La guerra per l’acquisizione di Warner Bros Discovery si è conclusa: Netflix ha dichiarato che si ritira, e questo apre la strada alla Paramount per trionfare nella battaglia per il controllo della storica casa di produzione hollywoodiana.
Si tratta di una svolta sorprendente per Paramount. L’azienda aveva contattato Warner Bros per la prima volta lo scorso anno per discutere di un’acquisizione. Ciò ha dato il via a una brutale guerra di offerte durata mesi. L’ultima offerta di Paramount coprirebbe la penale di 2,8 miliardi$ dovuta a Netflix e l’accordo riguarda l’intera attività, incluse CNN, HBO e altre reti via cavo. Le azioni Netflix sono salite alle stelle nel trading after-hour dopo la notizia.
Negli ultimi due anni l’infrastruttura informativa americana è cambiata radicalmente: Elon Musk ha trasformato X in uno strumento politico.
Mark Zuckerberg ha eliminato il fact-checking su Facebook e Instagram.
Larry Ellison è entrato nel consorzio che ha acquisito TikTok, mentre suo figlio David controlla Paramount, proprietaria di CBS e ora controllerà anche la CNN, uno dei marchi informativi globali più influenti, presente in aeroporti, hotel e zone di crisi in tutto il mondo.
Vista l’ingerenza esplicita di Trump in questa vicenda, il controllo di CNN potrebbe avere implicazioni politiche enormi per l’informazione globale.
Un buon weekend in musica, con un gruppo che ho scoperto di recente, i Deer Tick. Vengono dal Rhode Island (USA) e sono stati in grado di fare 250 concerti dal vivo in un solo anno. Il loro sound, confesso, è un po’ nostalgico, probabilmente sintomo del fatto che sto invecchiando:




