La settimana dell'Alieno #123
Rassegna delle notizie economico-finanziarie del 12-16 gennaio 2026
Jail Powell
Il presidente della Federal Reserve, Jerome (Jay) Powell, informa che il Dipartimento di Giustizia ha notificato alla Federal Reserve delle citazioni in giudizio, con un’incriminazione penale.
Con un discorso pacato ma fermo, Powell ha clamorosamente detto che tutto ciò accade perché la Federal Reserve si rifiuta di abbassare i tassi di interesse alla velocità desiderata dal presidente Trump:
La questione che conta davvero qui è l’indipendenza della politica monetaria. Parte del motivo per cui abbiamo avuto la cosiddetta “grande moderazione” negli ultimi quarant’anni è che la Federal Reserve è stata indipendente dal governo.
La ragione per cui la banca centrale è separata dal governo è che per i politici gli incentivi sono asimmetrici, preferiscono sempre i tassi di interesse molto bassi, il denaro facile. Aumenta la percezione di benessere degli elettori, ma crea enormi rischi per l’economia.
Tutti gli ex presidenti della Federal Reserve viventi (Yellen, Bernanke e Greenspan) e quattro ex segretari al Tesoro hanno espresso una condanna su questa iniziativa:
«È così che la politica monetaria viene fatta nelle economie emergenti, con istituzioni deboli e conseguenze fortemente negative per l’inflazione e per il funzionamento delle loro economie più in generale. Questo non ha posto negli Stati Uniti, la cui più grande forza è lo Stato di diritto, che è alla base del nostro successo economico».
Anche alcuni repubblicani a Capitol Hill hanno espresso preoccupazione per la mossa dell’amministrazione contro Powell, una rara rottura rispetto alle più comuni manifestazioni di sostegno incondizionato al partito.
Se gli investitori credono che i tassi di interesse possano essere abbassati oltre il dovuto per pressione politica, allora cambiano le aspettative di inflazione, la valutazione delle obbligazioni, la credibilità delle valute come il dollaro statunitense e i premi per il rischio.
È per questo che nel 2025 l’oro è salito e il dollaro è sceso.
Lunedì sui mercati si è diffuso, dopo questi fatti, un sentimento di “Sell America”, ma Wall Street ha recuperato entro la fine della giornata. Le reazioni, dei mercati, delle istituzioni, della cittadinanza, ai continui strappi dell’amministrazione Trump sembrano sempre più anestetizzate e tutto questo incoraggia la Casa Bianca a proseguire nella ricerca del limite. Ne parliamo poco più sotto.
Powell ha dichiarato che continuerà a svolgere il compito per il quale è stato confermato, cioè prendere decisioni in modo indipendente. Ma se la Federal Reserve finisce sotto l’influenza della politica, per gli Stati Uniti e per l’economia mondiale si apre uno scenario completamente diverso.
I mercati non sono l’economia
Le lamentele di Trump sul fatto che la Fed alza i tassi di interesse quando l’economia sembra andare forte, come se fosse una forma di boicottaggio, sono emblematiche della differenza spesso incompresa tra il mercato azionario e l’economia.
Il senso comune, a cui Trump si riferisce sempre nel suo ruolo di populista, è che, dato che i dati economici sono buoni, il mercato azionario dovrebbe salire. Invece il mercato, spesso scende proprio quando i dati economici sono buoni: perché teme che la Federal Reserve alzerà i tassi, preoccupata che l’economia sia troppo forte e che l’inflazione aumenti.
Trump vede tutto come un tabellone dei punteggi allo stadio, tutto deve contribuire alla “vittoria”. Ma il modo in cui le banche centrali devono guardare all’economia è più simile a un motore: se gira troppo forte, devono intervenire, per evitare che si surriscaldi.
È quindi una visione contrapposta, quella proposta da Trump e quella di un banchiere centrale. Trump concepisce il potere come assoluto, sia in politica estera sia interna, e pretende una Fed obbediente pronta a tagliare i tassi. Ma la Fed è una istituzione nata per vigilare rispondendo a un mandato. La Storia mostra i rischi di una banca centrale sottomessa (basti ricordare il caso Nixon-Burns, quando per combattere l’inflazione venne introdotto il controllo dei prezzi invece che politiche monetarie restrittive).
Trump tenta di truccare la partita: appena può nomina dei fedelissimi, per compromettere l’indipendenza di ogni istituzione, creando un pericolo sistemico: le istituzioni fondano il proprio potere sulla credibilità, che a sua volta si regge sul loro essere super partes.
Se Fed, Congresso o Corte Suprema non pongono limiti, le conseguenze diventano profonde per la democrazia e per l’economia.
Il duplice mandato della Federal Reserve è la stabilità dei prezzi e la massima occupazione: assicurarsi che i prezzi non siano troppo alti e che chiunque voglia un lavoro possa trovarlo. Quello di cui parla Trump, invece, è il mercato azionario; dove la crescita può essere trainata da aziende che non hanno ancora mai guadagnato un centesimo. Il mercato vive di prospettive, è -per sua natura- profondamente scollegato dai fondamentali, e dalla realtà.
Il discorso di Trump fraintende profondamente ciò che il mercato azionario sta riflettendo (il boom della AI) rispetto a ciò che la Fed sta cercando di gestire: un mercato del lavoro che si sta indebolendo (forse proprio a causa dell’AI) e un’economia fortemente dipendente dalla spesa per i datacenter.
Se si vuole che il mercato azionario salga molto, la politica economica deve essere il più stabile possibile. L’approccio così interventista porta incertezza, e attribuisce colpe alle persone sbagliate per il problema sbagliato.
Il metodo Bannon
“stordire i media e l’opinione pubblica con una produzione ininterrotta di spettacolo, di grandi eventi, di affermazioni” Questa la ricetta suggerita da Steve Bannon a Trump:
“Abbiamo liberato il Venezuela”
”Abbiamo protetto il popolo americano”
”Abbiamo arrestato dei criminali e li abbiamo deportati in El Salvador”
”Stiamo conducendo una guerra nelle strade delle città americane per proteggervi dal crimine”
La consapevolezza è ormai diffusa: il blitz in Venezuela è successo una settimana fa, le probabilità che la prossima settimana stiamo ancora parlando del Venezuela sono quasi nulle, ci sarà un altro spettacolo su cui dividersi. Già questa settimana c’è il tintinnare di manette per Powell.
Prendiamo il caso dell’esecuzione in pubblico di Renee Good in Minnesota. La donna era ferma in auto, in mezzo alla strada, e tutti hanno visto molto chiaramente che non stava cercando di investire nessuno, gli agenti dell’ICE le corrono incontro e lei cerca di andarsene. Non di scappare a tutta velocità, semplicemente di andarsene. E per questo è stata giustiziata con colpi di pistola al volto, in pieno giorno, di fronte alle telecamere dei tanti che stavano riprendendo la scena. Si tratta innanzitutto di un messaggio rivolto a ogni potenziale altro manifestante.
Trump, ormai da quasi un anno, parla delle città americane in termini di guerra interna. Ha schierato l’ICE, una forza paramilitare personale, e lo ha dotato di risorse: nel Big Beautiful Bill il budget per ICE passa da 10 a 100 miliardi di $ di spesa pubblica.
Questo è un altro elemento essenziale di ogni dittatura: una forza paramilitare che risponde direttamente al presidente, il quale definisce criminale chi contesta questa sua forza paramilitare. E si tratta dello stesso presidente che ha concesso la grazia presidenziale a chi ha tentato l’assalto al Campidoglio per sovvertire l’esito elettorale del 2020, dicendo che è necessario tutelare la libertà di dissenso.
Quando una autocrazia si consolida, lo spazio disponibile per l’attivismo si restringe molto rapidamente: qualunque cosa fosse naturale e possibile fare ieri per manifestare dissenso, non necessariamente è possibile farla oggi. E ugualmente ciò che si può fare oggi, domani potrebbe non essere più possibile farla.
La risposta al quesito sul perché la reazione a tutti i livelli diventi sempre più remissiva sta probabilmente qui: il pericolo di andare controcorrente, o di impegnarsi in quel tipo di attivismo, cresce e essenzialmente la gente vuole vivere in pace. Ragion per cui anche i vertici della Fed, a fronte di una percezione di aggressività crescente, preferiranno piegarsi come giunchi, assecondare la corrente, aspettando che passi.
Sento molti ripetersi: “Questi non sono gli USA, gli americani non sono così”. Quello che sono gli americani adesso, temo, non sia solo lo spirito libertario e pioneristico che hanno nel DNA, ma anche il frutto delle condizioni in cui il paese si trova, condizioni nelle quali affonda progressivamente sempre più.
Giappone
Il primo ministro giapponese Sanae Takaichi vuole indire elezioni anticipate, a quanto pare già a febbraio. Le speculazioni sulle elezioni hanno portato questa settimana le azioni giapponesi a una serie di massimi storici. Gli investitori pensano che la premier giapponese otterrà una facile vittoria e che questo aprirà la strada a ulteriori stimoli.
Takaichi è primo ministro solo da circa tre mesi, ma in questo periodo la sua popolarità è stata estremamente alta. Piuttosto che vedere i pericoli economici di una lunga disputa con la Cina, l’opinione pubblica giapponese sembra apprezzare il fatto che lei abbia saputo mantenere la propria posizione.
E l'opinione è che lei voglia sfruttare questa popolarità personale per risollevare il suo partito, il Partito Liberal Democratico, dalla posizione in cui si trova, inusualmente fragile. Governa attraverso una coalizione, ma preferirebbe avere una maggioranza assoluta nella potente Camera bassa del Parlamento, come da tradizione, ma che ha perso nel 2024. Quindi vuole riportare il suo partito al successo e pensa che ora sia il momento giusto per provarci.
I mercati, in particolare i titoli tecnologici, della difesa e delle società minerarie o comunque legate ai materiali, sono saliti sull’aspettativa di nuovi stimoli economici. Takaichi ha un grande pacchetto di stimoli che sta cercando di far approvare.
Lo yen si è indebolito perché, alla base di tutto questo, c'è la preoccupazione che i piani di spesa possano mettere il Giappone in una situazione di maggiore tensione fiscale: il costo del debito, mentre i tassi salgono, si fa sentire. Quindi i mercati sono stati entusiasti all'idea di queste elezioni, ma gli investitori si posizionano in modi diversi su ciò che questo significa realmente per l'economia giapponese e per le aziende giapponesi.
Il Giappone, inoltre ha da gestire una serie di problemi demografici molto gravi. La carenza di manodopera sta iniziando a farsi sentire in modo molto forte. Il Paese è uscito da un lungo periodo di stagnazione dei prezzi e deflazione ed è entrato in una fase di aumento dei prezzi che le famiglie di tutto il Paese stanno trovando piuttosto difficile da affrontare.
Il Giappone è vulnerabile perché dipende dall'energia e dai prodotti alimentari importati ed è piuttosto esposto all'aumento dei prezzi, soprattutto perché lo yen è molto debole in questo momento.
Questa newsletter ha due edizioni settimanali (ogni venerdì la Settimana dell’Alieno, e ogni mercoledì quella sulla puntata del podcast Economia per Tutti. Talvolta mi “scappa” una terza edizione sporadica, di approfondimenti specifici. Puoi trovare l’archivio integrale delle newsletter precedenti qui.
L’UE apre a “soci minoritari”
L’Ue ha una nuova e controversa proposta per rendere l’Ucraina uno Stato membro nell’ambito di un possibile accordo di pace: sta elaborando un piano per creare un modello “a due velocità”, visto che il percorso dell’Ucraina attraverso l’attuale processo di adesione è stato bloccato dall’Ungheria.
La nuova proposta darebbe all’Ucraina un potere decisionale molto inferiore rispetto agli Stati che si troverebbero nel livello superiore. Per esempio, Kyiv non avrebbe da subito i normali diritti di voto in alcune riunioni. L’Ucraina otterrebbe un accesso graduale a parti del mercato unico dell’Unione, ai sussidi agricoli e ai fondi interni per lo sviluppo, ma solo dopo aver raggiunto determinati traguardi.
Il progetto crea un precedente che riduce la rigidità della costruzione europea, spesso rivelatasi un limite, ma non mancano le perplessità: questa formulazione per gradi potrebbe avere un impatto negativo sulla stabilità futura dell’Unione.
La mossa di Microsoft
La AI è una priorità strategica, ma i datacenter indispensabili per l’AI consumano enormi quantità di elettricità e finiscono per far aumentare i costi dell’energia per tutti coloro che si trovano nelle aree circostanti. Le aziende stanno iniziando a fare i conti con questi effetti e Microsoft si è impegnata a pagare tariffe elettriche più elevate per l’energia utilizzata per i datacenter, in modo che gli altri utenti non ne subiscano le conseguenze.
L’obiettivo è contribuire non solo ai costi dell’elettricità prelevata dalla rete, ma anche agli investimenti necessari per potenziare le infrastrutture, come nuovi impianti di generazione e la rete di trasmissione elettrica.
Il tema è rilevante nel “vincere la corsa all’AI” alla luce delle crescenti opposizioni locali in occasione di nuovi cantieri per datacenter. Proprio Microsoft, ad esempio, ha dovuto cancellare nel 2025 un progetto di datacenter in Wisconsin dopo la mobilitazione delle comunità locali.
La Casa Bianca vorrebbe che l’esempio di Microsoft fosse seguito da altri: l’amministrazione corre il rischio che l’aumento dei prezzi dell’elettricità diventi politicamente esplosivo; contenere le bollette e riuscire comunque a costruire questi datacenter sarebbe una duplice vittoria.
La leadership cinese nelle rinnovabili
Alla fine degli anni Ottanta, la Danimarca celebrava una piccola grande vittoria: esportava le prime turbine eoliche alla Xinjiang Wind Energy Corporation, in Cina: una dimostrazione che la tecnologia funzionava, era affidabile, e poteva essere adottata anche altrove.
Quarant’anni dopo, lo scenario si è capovolto. La Cina è diventata la superpotenza globale delle tecnologie rinnovabili: produce oltre il 90% dei pannelli solari mondiali, domina le batterie e controlla la lavorazione delle terre rare. Questa capacità industriale ha abbattuto i costi dell’energia solare ben oltre le previsioni più ottimistiche, accelerando la transizione energetica globale.
Ma ha anche fatto a pezzi ampie parti dell’industria occidentale. Abbiamo creato il mercato, ma ci siamo dimenticati della politica industriale, puntando tutto sulla convergenza generali verso i mercati aperti e la globalizzazione, mentre Pechino faceva delle tecnologie pulite una priorità strategica nazionale.
Il paradosso è evidente: molte tecnologie chiave sono nate in Occidente, poi ricerca, know-how e linee produttive sono stati trasferiti per decenni, spesso in cambio dell’accesso al mercato cinese. La Germania ha esportato massicciamente macchinari per il solare; aziende europee e americane hanno concesso licenze e venduto impianti. La Cina ha imparato, migliorato e industrializzato: più automazione, più scala, più efficienza. Nel 2018, il 60% dei pannelli solari era già “Made in China”.
I tentativi europei di reagire (le sanzioni anti-dumping del 2013) arrivarono tardi. Oggi si prova a recuperare terreno con indagini commerciali, diversificazione delle catene di fornitura e obiettivi “Made in Europe”. Ma il consenso politico è fragile.
Negli Stati Uniti, c’è stata una virata dall’era Biden (che aveva rilanciato una politica industriale ecologica) all’amministrazione Trump (che la sta smantellando). La Casa Bianca ha bloccato anche l’eolico offshore, un settore dove gli Usa potrebbero avere un vantaggio naturale. Restano spiragli su tecnologie di frontiera: nucleare avanzato, geotermia, reti elettriche, forse il solare di nuova generazione. Ma anche qui la concorrenza cinese è feroce.
«Sviluppare una tecnologia è come correre una maratona», dice Fatih Birol dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. «L’Europa era in testa nei primi chilometri. Ma la Cina ha tagliato il traguardo».
Il mondo materialista
La notizia è di quelle ad elevato grado di importanza e a ridotto grado di divulgazione, per la scarsa confidenza con questi argomenti da parte del grande pubblico. Donald Trump ha firmato un proclama che dichiara l'eccessiva dipendenza dalle importazioni di minerali critici lavorati (PCMDP) e dei loro derivati minaccia la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Siamo di fronte a una mossa strategica di "sicurezza economica" che sposta l'asse del mercato dalle semplici materie prime alla capacità di trasformazione industriale: Il documento chiarisce che estrarre minerali in patria non basta se la raffinazione avviene all’estero (chiaro riferimento alla Cina). Si tratta della risposta alle raccomandazioni emerse dall’indagine del Dipartimento del Commercio USA, sezione 232, dell’aprile 2025.
I minerali coinvolti sono cobalto, nichel, uranio, litio e terre rare; essenziali per batterie e forniture per la Difesa. Si parla esplicitamente di introdurre “price floors” (prezzi minimi) per dare garanzie ai produttori domestici e proteggere il mercato interno dalla volatilità e dal dumping estero. In assenza di accordi, da luglio 2026 scatteranno nuovi dazi, quote o prezzi minimi d’importazione.
Le implicazioni operative che posso desumere, in questa che sempre più chiaramente si configura come una nuova era “materialista”, sono da sgranare sull’intera catena del valore. Le aziende minerarie e di raffinazione americane (come ad esempio MP Materials, Albemarle, Lithium Americas) beneficeranno della protezione dei prezzi minimi.
L’inclusione esplicita dell’uranio nell’elenco dei materiali critici rafforza il trend rialzista del settore nucleare e anche il settore delle aziende di riciclo batterie cresce di rilevanza, per la necessità di ridurre la dipendenza dalle importazioni.
Il contraltare è che i produttori di veicoli elettrici che dipendono da batterie cinesi vedranno i costi salire, e i loro margini si ridurranno a meno di ribaltare i costi sul consumatore. Inoltre vedremo un aumento dei costi di hardware: garantire un pavimento di prezzi minimi ai raffinatori per proteggerli dal ciclo implica maggiori costi di produzione di hardware complesso.
Inoltre l’introduzione di dazi e prezzi minimi è strutturalmente inflattiva, si tratta dell’ennesimo ingrediente che può portare a un irripidimento della curva dei rendimenti.
Nel breve, da qui a luglio, la negoziazione creerà incertezza ed episodi di volatilità sui prezzi delle commodities. Tuttavia, il “price floor” della Casa Bianca agisce come una sorta di opzione put a beneficio di chi detiene asset reali in questi minerali.
Rivoluzione iraniana
L’Iran ha messo in guardia gli Stati Uniti da una “pericolosa errata valutazione” dopo che il presidente americano Donald Trump ha ribadito la propria disponibilità a intervenire, qualora in Iran venissero uccisi dei manifestanti (che poi è esattamente ciò che succede negli stessi USA) mentre nella Repubblica islamica proseguono da due settimane gravi disordini civili.
Le proteste sono esplose inizialmente per il peggioramento delle condizioni economiche, l’inflazione è diventata insostenibile, e continuano nonostante la dura repressione da parte del governo che ha imposto un blackout quasi totale delle comunicazioni internet. Questo rende estremamente difficile verificare le informazioni e avere un quadro chiaro degli eventi. Tuttavia, i media statali hanno inoltre ammesso la presenza di numerose vittime tra le forze di sicurezza, segnale di scontri violenti e diffusi.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, esponente riformista eletto circa un anno e mezzo fa, ha promesso di ascoltare le lamentele dei cittadini e ha riconosciuto la responsabilità del governo nel risolvere i problemi economici alla base della protesta. Tuttavia, alle parole concilianti si affianca una linea molto più dura del regime, che attribuisce le manifestazioni a interferenze straniere e continua a reprimerle con la forza.
Le informazioni disponibili parlano di migliaia di manifestanti uccisi, di centinaia di arresti e feriti, ma l’oscuramento delle comunicazioni impedisce di stimare l’entità reale della repressione. Dopo aver ventilato un intervento, Trump sembra aver ritrattato, dicendo di aver avuto rassicurazioni che le esecuzioni degli oppositori “si sono fermate” (anche se non c’è alcuna evidenza di questo).
L’Iran, tessera cruciale del mosaico geopolitico viste le sue relazioni con Cina e Russia, arriva a questa crisi indebolito sul piano militare ed economico, dopo la guerra con Israele e le tensioni interne. L’evoluzione della situazione dipenderà da alcuni fattori chiave: la durata e l’ampiezza delle proteste, l’intensità della repressione interna e le decisioni di Stati Uniti e Israele su un eventuale intervento. Per ora, il quadro resta estremamente incerto e in rapido mutamento.
Paramount non molla
Paramount non ha alcuna intenzione di rinunciare alla battaglia per acquistare Warner Bros Discovery. La vicenda è complessa, quindi conviene fare un passo indietro.
A dicembre Netflix e Warner Bros Discovery avevano siglato un accordo. Subito dopo Paramount è entrata in scena con una serie di offerte ostili, tutte respinte da Warner. Ora Paramount è arrivata a minacciare una battaglia per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Warner Bros Discovery, cercando di far entrare alcuni amministratori più favorevoli alla linea di Paramount e all’ipotesi di riaprire i negoziati. Parallelamente, ha fatto causa a Warner Bros Discovery per ottenere l’accesso a informazioni finanziarie chiave che hanno portato la società, a dicembre, a scegliere l’accordo con Netflix.
Dietro questa offensiva c’è un gruppo di protagonisti di primo piano, tra cui Larry Ellison, il miliardario fondatore di Oracle che finanzia una parte significativa dell’offerta, e suo figlio David Ellison, che guida Paramount. La ragione dell’aggressività è semplice: Warner Bros Discovery è uno dei pochissimi asset di questo tipo rimasti sul mercato. Possiede uno dei maggiori studi cinematografici al mondo, con franchise come Harry Potter e DC Comics, oltre alla piattaforma di streaming HBO Max. Inoltre la cerchia di miliardari che si è coagulata intorno a Trump sembra voler ottenere il controllo più ampio possibile sui social network (Tik Tok è stato consegnato proprio a Ellison) e sui mezzi di informazione (Dentro Warner c’è anche la CNN).
La strategia aggressiva di Paramount non ha ancora prodotto risultati immediati perché Warner continua a preferire l’accordo con Netflix. Tuttavia l’esito finale resta aperto. L’idea di Paramount è attirare abbastanza attenzione e consenso da influenzare un futuro voto degli azionisti sull’intesa con Netflix, creando una massa critica di soci disposta a respingerla.
Al centro c’è anche un confronto tra due offerte diverse. Paramount ha messo sul tavolo 30$ per azione in contanti per l’intero gruppo Warner, includendo studio, streaming e asset tradizionali come CNN. Netflix offre invece circa 27,75$ per azione, soprattutto in contanti e in parte in azioni, ma limitatamente alle attività di studio e streaming.
Nemmeno gli azionisti Netflix sembrano pienamente convinti: il titolo ha perso terreno dalla presentazione dell’accordo a inizio dicembre. Questo apre lo scenario a un possibile indebolimento della posizione di Netflix e a un rafforzamento della pressione di Paramount.
La mia ricetta per il “mondo nuovo”
Nella vita devo aver allenato il “muscolo della tenacia”: quella parte del cervello che ci permette di andare avanti quando le cose si fanno difficili. In effetti molte persone mi chiedono, con una certa frequenza, come io faccia a tenere insieme molte (intendendo troppe) cose: il lavoro, la genitorialità, questa newsletter, il podcast, il teatro…
Ho anche il problema di essere tendenzialmente un perfezionista, che spesso è una qualità, ma generalmente uno che sa fare un po’ di tutto non eccelle in nulla. Questo fa sembrare la curiosità – il vero motore dietro tutte le cose che faccio – una colpa.
Ma forse è venuto il mio momento: da che ho memoria vedo celebrare lo “specialista”, in un mondo dalle regole chiare, quasi una scacchiera, la strategia vincente era andare profondissimi in un solo campo. Ma il mondo di oggi è diverso: è un ambiente con regole che cambiano e problemi nuovi. Essere un iper-specialista, avere un approccio verticale, è molto più rischioso.
La combinazione fra l’essere un “dilettante” in tutto (approccio orizzontale) ed essere verticali andando in grande profondità su una singola disciplina è quello che definisco “profilo a M” un paio di pilastri profondi collegati da interessi trasversali. Su di me funziona: applico le strutture mentali di un campo a problemi di campi che sembrano molto lontani. Le mie passioni sono una variegata “cassetta degli attrezzi” da cui nascono intuizioni originali.
Bisogna solo sviluppare un “pilastro” alla volta, ne raggiungi la padronanza, entri in modalità “mantenimento/aggiornamento” e passi al pilastro successivo. E poi serve un metodo per tenere traccia delle idee, dei collegamenti, come il metodo Zettelkasten di Niklas Luhmann (che ho scoperto approfondendo il metodo di lavoro dello sceneggiatore Vince Gilligan). Così i filoni di idee che partono dalle mie curiosità possono andare e venire senza perdersi.
In un mondo in cui è rischioso essere fatto per un solo mondo, saper costruire ponti tra mondi diversi e avere una mappa cambia tutto.
Curiosità
La Russia sarebbe di fronte ad un conto alla rovescia in termini di sostenibilità economica del conflitto con l’Ucraina. Questo è quanto emerge dalla ricerca pubblicata dal Peace and Conflict Resolution Evidence Platform.
La tenuta dell’economia russa ha alimentato l’idea che le sanzioni occidentali fossero inefficaci. Il rapporto però sostiene che Mosca abbia fortemente alterato i dati forzando i valori di inflazione.Gli spunti di Alberto Puliafito sono spesso stimolanti. In un suo pezzo su Internazionale affronta il tema della AI nella produzione letteraria, relativamente alle questioni di copyright, aggregando considerazioni (persino alcune postume) di grandi autori.
Vi piace leggere libri? Con i consigli di lettura giusti si risparmia tempo. Leonardo Dorini da tempo si dedica con costanza a questo nella sua rubrica, e la sua selezione è sempre di mio gradimento.
Un buon weekend in musica, con l’album che ha dato la svolta quasi-punk ai Cranberries


Andrea, perché l'europa non riesce ad avere una strategia sul cloud computing? Perché le più grosse aziende europee non uniscono le forze per creare alternative ad Azure ed Amazon?
https://www.visualcapitalist.com/the-future-of-world-energy-supply-2024-2050-charted/
Mi sbaglierò, secondo me alla fine vincerà il nucleare, nonostante tutto